Le proposte di lettura di Ottobre e Novembre

sentieri libriAVETE SCELTO COME GENERE PREFERITO IL GIALLO ? BENE! RISPETTIAMO LE VOSTRE SCELTE E VI PROPONIAMO:

CLASSI SECONDE:
Vi sareste mai immaginati che il più celebre filosofo dell’antichità fosse anche un acuto detective? Lo scoprirete con queste storie di misteri ed intrighi ambientate nella Grecia classica

Margaret Doody, Aristotele e il giavellotto fatale, Sellerio Editore
Aristotele e l’anello di bronzo, Sellerio Editore
Aristotele e i veleni di Atene, Sellerio Editore
Aristotele detective, Sellerio Editore

CLASSI TERZE:
La Divina Commedia è da sempre uno dei testi più amati e studiati al mondo, ma che attorno a questo capolavoro della letteratura mondiale aleggiasse un mistero, finora erano in pochi a saperlo; Francesco Fioretti, dantista italiano, ha fatto delle sue conoscenze di specialista del settore gli ingredienti principali di un avvincente enigma da risolvere.

Francesco Fioretti, Il libro segreto di Dante, Newton Compton Editore

Perché di Dante-uomo- poeta e della Commedia non abbiate solo un’”immagine” scolastica………

CLASSI QUARTE e QUINTE:
L’ispirazione per scrivere gialli molto spesso è fornita allo scrittore dalla stessa realtà, storica o contemporanea che sia, ma sempre complessa, contraddittoria, ricca di enigmi risolvibili come di misteri indecifrabili. Uno dei più grandi scrittori italiani, Leonardo Sciascia, ha più volte fatto della parola scritta e della razionalità gli strumenti con cui indagare ed approfondire, sia in veste narrativa che documentaristica, alcuni di questi enigmi, presenti nei romanzi di seguito elencati  (pubblicati per la maggior parte da Adelphi; il  breve abstract permette una scelta ragionata del testo da leggere )

I pugnalatori – Il 1° ottobre 1862 un “fatto criminale di orrida novità” funesta Palermo: alla stessa ora, in luoghi quasi equidistanti, vengono pugnalate tredici persone. A investigare su quella che subito appare come una sinistra macchinazione è il procuratore Guido Giacosa, di recente arrivato dal Piemonte e già impaziente e insofferente nei confronti dei palermitani. L’inchiesta conduce ben presto a individuare nel principe di Sant’Elia, ricchissimo e rispettatissimo senatore del Regno d’Italia, l’insospettabile mandante. Con crescente angoscia, con disperazione, fra complotti, doppie verità e “sommessi sussurri”, avvalendosi solo della testimonianza di pentiti e spie, Giacosa affronterà l’immane difficoltà di costruire una solida accusa – (da ibs.it )
Una storia semplice – Un giallo ambientato in Sicilia, una storia apparentemente semplice ma estremamente complicata per chi ha il compito di risolverla; la mafia, il senso della giustizia, l’uomo e i suoi segreti….i temi prediletti da Sciascia.
A ciascuno il suo – Il romanzo dell’oscura, crudele Sicilia. Il dramma di un investigatore lucido che, quanto più indagava, tanto più “nell’equivoco, nell’ambiguità, moralmente e sensualmente si sentiva coinvolto”. (da ibs.it)
Porte aperte -Negli anni Trenta, a Palermo, un uomo “perbene” uccide tre persone, la propria moglie e due colleghi di lavoro. Su questo crimine, la macchina giudiziaria si muove, con l’implacabile decisione che un simile caso esige: l’evidente colpevolezza dell’imputato facilita di molto le cose; la pena di morte da pochi anni ripristinata è infatti la punizione esemplare in un periodo in cui la retorica fascista ha come punto d’onore – e di credibilità politica – la tutela dell’ordine pubblico. Ma l’uomo di legge coinvolto in questo processo non la pensa proprio così…..-
Il giorno della civetta – Il romanzo più conosciuto di Sciascia, considerato ormai il classico romanzo di mafia, di cui l’autore scrisse : “… ho impiegato addirittura un anno, da un’estate all’altra, per far più corto questo racconto. Ma il risultato cui questo mio lavoro di ‘cavare’ voleva giungere era rivolto più che a dare misura, essenzialità e ritmo, al racconto, a parare le eventuali e possibili intolleranze di coloro che dalla mia rappresentazione potessero ritenersi, più o meno direttamente, colpiti. Perché in Italia, si sa, non si può scherzare né coi santi né coi fanti: e figuriamoci se, invece che scherzare, si vuole fare sul serio”. – ( da ibs.it)
Il cavaliere e la morte – Che cosa ha a che fare l’incisione di Durer intitolata “Il cavaliere, la morte e il diavolo” con i casi che deve risolvere un commissario di polizia? –
1912 + 1 – 8 novembre 1913: la contessa Maria Tiepolo, moglie del capitano Carlo Ferruccio Oggioni, uccide l’attendente del marito, il bersagliere Quintilio Polimanti. Per qualche giorno l’Italia si distoglie da altri pensieri per concentrarsi sulla contessa, che i giornali definiscono subito «bellissima», mentre descrivono il Polimanti come «bel giovane, alto, capelli biondi e ricciuti». Poi la vicenda scompare, perché incalzano altre novità: il tango che arriva da Parigi, il furto della Gioconda. Ma, quando si apre il processo, la curiosità generale è di nuovo fortissima. Ora si tratta di decidere: che cosa motivò quel colpo di pistola? – (da ibs.it )
La scomparsa di Majorana – Fra la partenza e l’arrivo in un viaggio per mare da Palermo a Napoli, il 26 marzo 1938, si perdono le tracce del trentunenne fisico siciliano Ettore Majorana, definito da Fermi un genio della statura di Galileo e di Newton. Suicidio, come gli inquirenti dell’epoca vogliono lasciar credere, o volontaria fuga dal mondo e, soprattutto, dai terribili sviluppi che una mente così acuta e geniale può aver letto nel futuro della scienza, prossima alla messa a punto della bomba atomica? – (da ibs.it)
L’affaire Moro – Il nostro elenco si conclude con il romanzo – documento che Sciascia dedicò ad una delle pagine più tristi della storia del ‘900: il rapimento Moro.

SCEGLIETE IL VOSTRO TESTO ( O I VOSTRI TESTI..) ED ENTRO LA FINE DEL MESE DI NOVEMBRE ASPETTIAMO LE VOSTRE OPINIONI SUL BLOG.

8 pensieri su “Le proposte di lettura di Ottobre e Novembre

  1. Io ho letto “i pugnalatori” di Sciascia.
    Non sono rimasta molto soddisfatta della trama di questo libro, ma i contenuti mi hanno fatto riflettere anche sulla situazione contemporanea. Personalmente sono rimasta colpita dalla figura di Sant’Elia, un uomo di potere e prestigio dell’epoca e per questo suo “titolo” durante l’inchiesta sui pugnalatori, nessuno ha mai dubitato della sua innocenza e estraneità al caso, nonostante molte prove lo avrebbero potuto incolpare.
    Questo “salvaguardare” i personaggi politici ad ogni costo mi ricorda molto i nostri politici che escono per lo più indenni dai processi giudiziari.
    Il messaggio che mi ha trasmesso questo libro è che i problemi che l’Italia aveva subito dopo l’unificazione,purtroppo, sono presenti ancora oggi, a distanza di 150 anni; perciò non sono stati fatti molti progressi per eliminarli.

  2. “La scomparsa di Majorana” e “L’affaire Moro” sono altri due dolorosi capitoli della Storia italiana presi in esame da Sciascia: il primo è un vero e proprio enigma irrisolto, su cui sono state formulate le più svariate ipotesi, ed il secondo tratta di un delitto politico, il rapimento e delitto Moro.

    – Ettore Majorana, pregevole fisico, “nato in una Sicilia che per più di due millenni non aveva dato uno scienziato, in cui l’assenza se non il rifiuto della scienza era diventato forma di vita” (pg.67) scompare dopo essersi imbarcato sul piroscafo Napoli-Palermo nel marzo del 1938, all’età di 32 anni, senza che si possa accertare la sua morte – dato il mancato ritrovamento del corpo – ma lasciando che si possa solo constatare il suo ingresso nella “sfera dell’invisibilità, che è essenza del mito, nella pirandelliana sfera degli stipendiati della memoria” (ibidem). Nè la forzata insistenza di Mussolini presso gli organi competenti, né gli elementi che potevano ricondurre al suicidio o ad intrecci con i Servizi Segreti, né gli accorati appelli dei familiari, furono utili alla risoluzione del caso, su cui Sciascia, dopo aver analizzato i relativi documenti ufficiali, le lettere private di Majorana ed i suoi rapporti con “i ragazzi di via Palisperna” – Fermi in primis – , elabora la sua tesi personale: il noto fisico siciliano, uomo dotato di una straordinaria intelligenza come di singolare sensibilità, decide di chiudere ogni rapporto col “mondo” ritirandosi in un luogo inaccessibile e protetto, un convento, e non uccidendosi con il gettarsi in mare perché, in realtà, su “quel piroscafo non era mai salito” (pg.59). Majorana voleva allontanare da sé quell’identità (vedi Pirandello e il suo Mattia Pascal, non a caso, citato dall’Autore) di scienziato responsabile della costruzione della bomba atomica, essendo nota dal 1934 a Fermi ed ai suoi collaboratori, tra cui Ettore, “la fissione (allora scissione) del nucleo di uranio” ( pg.71 ) di cui il fisico siciliano aveva capito le possibili terribili applicazioni, tristemente note, pochi anni dopo “agli abitanti di Hiroshima e Nagasaki” (pg.71). Sciascia ripercorre con affetto di conterraneo e lucidità di intellettuale la breve vita di questo scienziato, dagli studi liceali al viaggio in Germania, dalla frequentazione di Fermi alla collaborazione con Heisenberg, dagli affetti familiari al “vagheggiamento della solitudine” (pg.47), fornendo una personale spiegazione al mistero “sul caso Majorana” e riproponendo all’attenzione del lettore gli interrogativi etici che scaturiscono dalla scoperta scientifica, ieri come oggi.

    – Il 16 marzo 1978 in via Fani a Roma, viene rapito il Presidente del Consiglio dei Ministri Aldo Moro e vengono uccisi gli uomini della sua scorta. Il 9 maggio in via Caetani, sempre a Roma, il cadavere di Moro viene ritrovato nel bagagliaio di una Renault 4 di colore rosso. Questi sono i fatti e dopo sei inchieste e 23 sentenze, il primo processo si chiude a Roma il 24 gennaio 1983 con la condanna all’ergastolo di trentadue appartenenti al gruppo terroristico denominato “Le brigate rosse”.
    Una vicenda processuale così tormentata, lunga e costellata di ambigue complicità, di presunte responsabilità, di ombre, spesso inqiuetanti, per chiarire una vicenda che, in definitiva, si è aperta e chiusa in soli tre mesi. Ma in quei tre mesi, dal rapimento – con strage della scorta, non dimentichiamolo..- alla “condanna a morte” (questo il linguaggio dei brigatisti) cosa è successo? Come si è mosso lo Stato? Che cosa voleva dire Aldo Moro nelle sue famose ottantacinque lettere scritte durante la prigionia e inviate sia ai familiari che ad importanti personaggi politici? Tutto ciò è al centro de “L’affaire Moro” di Leonardo Sciascia, che scrisse “a caldo” l’opera, da lui definita, una sorta di altro “Don Chisciotte”, perchè si svolge irrealmente in una realissima temperie storica e ambientale” (pg.27). Quei terribili giorni, in un modo o nell’altro, hanno segnato in modo indelebile la storia del nostro Paese. Addentrandosi in questo spinoso campo di indagine, Sciascia sceglie di partire dalla voce dello stesso Moro e quindi da alcune delle sue stesse lettere che, riportate commentate, lo inducono a chiedersi, ad esempio: “Ma Moro, che cosa veramente pensava e voleva? ” (pg. 49), che cosa voleva dire alla Democrazia Cristiana, “a questo partito-famiglia, a questo partito che rappresenta la volontà generale degli italiani anche se, numericamente, ne rappresenta un terzo?” (pg.38), oppure “Chi sono i deboli, oggi? Moro, la moglie e i figli, coloro che pensano che lo Stato avrebbe dovuto e dovrebbe essere forte coi forti, e non, come diceva Nenni, forte coi deboli e debole coi forti” (pg. 63). Un altro libro, dunque, carico di passione umana e civile, di cui si è proposta su questo blog una breve presentazione e non, volutamente, una interpretazione perché per ognuno, e in particolar modo per i giovani, libri come questi costituiscono una preziosa occasione di maturazione e riflessione strettamente personali, e questa è l’unica cosa che conta.

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    ORA DOVETE ESSERE VOI AD ESPRIMERE LE VOSTRE LIBERE OPINIONI SUI LIBRI LETTI E A NON MANCARE ALL’INCONTRO DEL 30 NOVEMBRE CON ANDREA GIUNTINI, CHE SAPRA’ FARVI APPREZZARE ANCORA DI PIU’, CON LA LETTURA ESPRESSIVA, LA FORZA DELLA SCRITTURA .

    A PRESTO!

  3. “I pugnalatori” di Leonardo Sciascia è il titolo di un breve romanzo-inchiesta relativo ad un’indagine che, nella neonata Italia unita, dovette condurre un magistrato piemontese, Guido Giacosa. L’indagine è piuttosto singolare e complessa perché tale è il misfatto : nella notte del 1 Ottobre 1862 tredici persone muoiono contemporaneamente, accoltellate da dodici misteriosi “pugnalatori” (da cui il titolo). In breve i colpevoli vengono identificati e sono i soliti “poveri diavoli”, i cui nomi (Angelo D’Angelo, Gaetano Castelli, Giuseppe Girone, etc) sono quelli di persone comuni non protette da nobili casati o da consorterie politiche, che in breve tempo vengono o decapitati (quattro di loro) o condannati ai lavoro forzati a vita (i rimanenti otto), secondo quanto stabilito dalla Giustizia di allora. Il caso non è però, in questi termini, risolto del tutto dato che la vera domanda che angoscia Giacosa, uomo che rappresenta lo Stato Italiano, è quella relativa al mandante e al movente. A tale proposito spunta in questa vicenda l’ enigmatica figura del Principe di Sant’Elia, promotore convinto di moti filoborbonici e reazionari e, allo stesso tempo, persona di riguardo che onora della sua presenza le cerimonie ufficiali dello Stato, nella veste di “deputato del collegio di Terranova” dal 1861 (pg.79), cosa che costituisce per la logica, od il semplice buon senso, una contraddizione ma conferma, d’altro lato, non solo l’eterno comportamento ambiguo degli uomini, “simulatori, dissimulatori e avidi di guadagno e di potere” (Machiavelli docet) quanto quella anomalia che sin dall’inizio caratterizzò la peculiare situazione del Mezzogiorno all’indomani dell’Unità, un’unità che esisteva più sulla carta e sui documenti ufficiali che nella realtà delle cose, elemento di riflessione già scaturito l’anno scorso dalla lettura del romanzo e dalla visione del film omonimo di Anna Banti “Noi credevamo”. Ovviamente “la perquisizione in casa del principe fu fatta [..] ma il principe non fu arrestato; e mentre gli altri subivano il processo, il principe fu veduto a rappresentare , come altra volta aveva fatto, il re d’Italia a Palermo” (pg.88-89) e, altrettanto ovviamente, il 23 maggio 1863 Giacosa ritornò in Piemonte, lasciando insoluto il caso, tanto che Francesco Crispi potè affermare “ Penso che il mistero continuerà e che giammai conosceremo le cose come veramente sono avvenute” (pg.90).
    Il “mistero” su cui si chiude il romanzo non è, purtroppo, in questo caso, il classico mistero del romanzo giallo che rimane irrisolto ma è il mistero insolubile e pernicioso che da molto, troppo tempo attraversa la Storia d’Italia, una storia complessa da cui Sciascia con passione civile riportava alla luce alcuni capitoli che, pur essendo illuminati da un accurato esame dei documenti e dalla volontà di estrapolarne il senso, rimanevano ancora un triste, tristissimo “mistero” che non poteva, comunque, non scuotere l’intelletto e l’anima.

  4. Una complicatissima “Storia semplice” è quella che Leonardo Sciascia ci racconta nel breve (appena 66 pagine) omonimo romanzo, la cui brevità, tuttavia, non impedisce all’Autore di fare della parola e del linguaggio degli strumenti potentissimi di rappresentazione e, soprattutto, di riflessione; in questo consiste, a mio modesto parere, la forza della scrittura di Sciascia, una scrittura densa, essenziale, asciutta ma di una profondità fuori dal comune.
    La vicenda di “Una storia semplice” è quella tipica del genere giallo: un cadavere, un omicidio mascherato da suicidio, la ricerca del colpevole tramite indizi e legami logici, la capacità di osservazione dei minimi dettagli da parte di chi conduce le indagini, e non a caso è proprio un dettaglio apparentemente insignificante ( un interruttore della luce) a fornire la chiave per la risoluzione del caso. Ma un giallo di Sciascia non può esaurirsi qui; ecco allora che coloro che indagano, i testimoni, i familiari, i conoscenti del morto, gli oggetti, le ipotesi…tutto ciò che costituisce la trama narrativa è calato in quella Sicilia con tante luci ed ombre che, rispetto ai tempi del Don Mariano de “Il giorno della civetta”, è tratteggiata con ancor più doloroso pessimismo, visto che, coloro che dovrebbero rappresentare la giustizia, sono corrotti e coinvolti nel traffico di droga.
    L’Autore vuole allora dirci che i tempi dell’eroico capitano Bellodi sono passati ? In parte, purtroppo, sì, perché, ad aggravare le già esistenti e radicate complicità mafiose, sono intervenuti i traffici legati non solo al furto di opere d’arte ma anche al ben più grave e redditizio mercato della droga; ciò non toglie, tuttavia, che esistano ancora uomini come il brigadiere Lepri, onesto servitore dello Stato, o il professor Franzò, intelligente, colto, misurato ed acuto nel parlare. Persone come loro sono piccole parti luminose di un oscuro ingranaggio da cui, alla fine, saranno sopraffatti, data la dominante ipocrisia, ma attraverso cui Sciascia sembra comunicare al lettore che, nonostante tutto, la luce della propria retta coscienza rimane l’unica cosa che può dare dignità ad un uomo.
    Da non perdere la trasposizione filmica (del 1991) del romanzo ad opera del regista Emidio Greco e con Gian Maria Volonté, che recita nell’ultimo film della sua carriera di attore in Italia.

  5. “Il libro segreto di Dante “ di Fioretti è un libro interessante, la cui scrittura prende le mosse da una lettura esoterica della Divina Commedia. Può sembrare una idea nuova, ma in realtà sono molti gli studi (Renè Guenon, Galimberti) che guardano a Dante e al suo viaggio come alla rappresentazione di una iniziazione verso misteri che nell’antichità erano quelli di Eleusi e che garantivano l’immortalità. Il romanzo della letteratura latina che può essere letto come una chiave esoterica per il raggiungimento dello stadio dell’immortalità è “L’Asino d’oro” .In un certo senso i legami tra la Divina Commedia e “L’Asino d’oro” di Apuleio sono molti. Per dirne uno solo si può pensare alla simbologia della rosa salvifica in Apuleio, cui corrisponde la rosa dei beati della Divina Commedia. Anche Apuleio si propone come narratore e Gran Maestro. Nel medioevo invece l’ossessione per la salvazione dell’anima dirigeva l’attenzione dei lettori verso Dio,ma i mezzi per il raggiungimento di uno stadio superiore sono comunque sempre gli stessi: il viaggio, l’entrata nel mondo buio, le prove di umiliazione e di dolore, le purificazioni. Il medioevo di Fioretti invece non è così santo: la ricerca è quella dell’Arca, ma si sente che dietro a questa ricerca non ci sono i Cavalieri della Tavola Rotonda, bensì i film di Indiana Jones, solo che qui il vincitore, che non sa neppure di avere vinto, è il cattivo e corrotto templare. La mentalità medievale non poteva prescindere dalla religione, qui invece i valori del templare Daniel sono solo quelli,molto contemporanei, del proprio interesse, anche a costo di uccidere un vecchio amico.
    Nel romanzo si intrecciano due misteri: chi ha ucciso Dante e dov’è l’Arca dell’Alleanza? Domande importanti, la cui soluzione è invece banale, troppo banale. Tuttavia su questi misteri Fioretti ha costruito il suo romanzo, giocando con la simbologia pitagorica dei numeri e con le figure geometriche che rappresentano il cosmo e il sacro. Qualche volta, a dire la verità, questo gioco è anche troppo insistito.
    La ricostruzione di una possibile quotidianità dei sentimenti all’interno della famiglia di Dante è invece un colpo di genio. Su questo tema ogni lettore è un esperto e la rivalità tra Gemma Donati e Beatrice risulta molto familiare. Del resto il giallo è stato giocato appunto sulla gelosia coniugale. Così i grandi ella nostra cultura e della storia: Dante, Boccaccio, Petrarca, Can Grande della Scala, i Bardi e i Peruzzi sono tenuti tutti in scacco da un marito geloso. Insomma questo romanzo è un prodotto letterario postmoderno che ha tutte le carte in regola per catturare l’attenzione di quel gran numero di italiani che hanno contattato in qualche modo la Commedia: rielabora il passato alla luce di sentimenti che appartengono al nostro presente. Non c’è in Fioretti la velleità di costruire un romanzo sul modello del Nome della Rosa, ricostruttivo anche della cultura e del pensiero medievale,si tratta solo giocare con dei materiali narrativi che consentano il successo editoriale e che si inseriscono sulla linea di “Il Codice da Vinci”, “Il codice Arcadia”, “Il Templare”.

  6. Racconto lungo o romanzo breve? E’ difficile definire il genere a cui appartiene “Il giavellotto fatale” di Margaret Doody che, in sole 57 pagine, presenta un caso di omicidio risolto dal filosofo Aristotele. Senza svelare, per ovvi motivi, la soluzione del “giallo” a cui il celebre filosofo greco arriva, possiamo dire che questo uomo dell’antichità, da buon detective, stabilisce le logiche relazioni tra i fatti evidenti e riscontrabili da tutti e i dettagli apparentemente insignificanti che, però, come il genere impone, definiscono la chiave di lettura e la spiegazione del mistero, che sin dall’inizio appare di difficile soluzione: “Sembrerebbe – disse Aristotele, ndr – che ci siano due piccoli misteri da chiarire, due enigmi che riguardano le mani di un ragazzo e la testa di un altro” (pg.42) . Si scopre chi ha ucciso con il lancio di un giavellotto il povero Sogene, giovane e promettente atleta, anche con le domande acute che Aristotele rivolge agli insospettabili presenti tra cui, come il giallo classico insegna, si trova l’assassino. Non manca poi l’attenta osservazione dei luoghi, attraverso cui l’Autrice ci regala delle simpatiche descrizioni di ambienti tipici della Grecia classica come la Palestra o il Liceo, senza dimenticare le abitudini gastronomiche dei greci, con il riferimento ai dolcetti al miele. L’omicidio del povero Sogene pone in evidenza anche antiche – e purtroppo attuali…- passioni umane dato che “Come insegna la storia, uomini adulti rivali nella ricerca del potere e del successo, si trasformano in assassini” (pg.54).
    Un testo semplice, scorrevole, senza grandi pretese, che può comunque fornire uno spaccato del mondo antico e un esempio di scrittura gialla fruibile da tutti.

  7. Se “un classico è un libro che non ha mai finito di dire quel che ha da dire” – Calvino docet – “Il giorno della civetta” di Leonardo Sciascia è un libro che, pur essendo stato scritto e pubblicato quasi cinquanta anni fa, è di straordinaria attualità. Rileggendolo per l’attività legata al blog, ho infatti non solo apprezzato ancora di più, rispetto a qualche anno fa, lo stile essenziale ma tremendamente pungente che caratterizza la scrittura di Sciascia, ma ho colto sfumature che, forse, in età giovanile passano inosservate.
    Mi spiego: dalla prima pagina in cui si descrive l’assassinio di Colasberna vicino all’autobus, all’ultima in cui il capitano Bellodi, ormai ritornato a Parma, ne sente ancora l’attrazione, quella Sicilia fatta di silenzi e compromessi, stretta nell’eterna lotta tra legalità e illegalità, legata indissolubilmente ad una cultura e ad una visione del mondo tutta sua, quella Sicilia vive in ogni pagina del romanzo e comunica tutta la sua peculiarità, passata e presente. Da Verga a Pirandello, da Tomasi di Lampedusa a De Roberto, le anomalie e il fascino di quella terra, l’immobilismo che convive con un forte desiderio di cambiamento, dettato o meno dalla Storia, sono da sempre presenti nelle pagine di scrittori che hanno voluto rendere, in veste letteraria, l’essenza della loro terra. Non di meno la forza de “Il giorno della civetta” , il cui sviluppo narrativo ruota attorno ad un assassinio maturato in ambiente mafioso, non è tanto e solo nella narrazione delle indagini condotte dal capitano Bellodi, (“biondo”, “ex-partigiano”, estraneo a quel mondo che, pur da esso indagato con gli strumenti della razionalità, non può che esercitare sul suo animo una inevitabile “attrazione fatale” ) quanto nei risvolti che queste indagini trascinano con sé: le connivenze tra mafia e politica incarnate dal corrotto ministro Mancuso; il pericolo di morte che corre il testimone oculare del delitto, il povero Nicolosi, il quale non ha – o non può avere ..? – fiducia nella giustizia e quindi non ha altra scelta che “sparire”; la distanza incolmabile tra Stato e società civile, per cui per ogni siciliano lo Stato si identifica con la “famiglia” in senso, ovviamente, mafioso; l’inevitabile trasferimento del capitano Bellodi, uomo onesto e incorruttibile, la cui onorabilità non sfugge nemmeno a Don Mariano quando lo definisce “uomo” nella celeberrima dissertazione sulle tipologie degli uomini che si dividono in

    “uomini, mezz’uomini, ominicchi, […] e i quaquaraquà… Pochissimi gli uomini; i mezz’uomini pochi, chè mi contenterei l’umanità si fermasse ai mezz’uomini… E invece no, scende ancor più giù, agli ominicchi: che sono come i bambini che si credono grandi, scimmie che fanno le stesse mosse dei grandi […] E infine i quaquaraquà: che dovrebbero vivere come le anatre nelle pozzanghere, chè la loro vita non ha più senso e più espressione di quella delle anatre… Lei, anche se mi inchioderà su queste carte come un Cristo, lei è un uomo…”.

    Questo vivo ritratto della Sicilia è calato, in ogni caso, in una trama che possiamo definire tipica del “giallo” in quanto siamo di fronte all’inevitabile assassinio e alla scoperta dell’esecutore materiale e del mandante; se consideriamo poi che Sciascia aveva definito il “giallo” come “la gabbia dello scrittore, poiché costringe alla geometrica precisione, a una competenza quasi da laboratorio scientifico, a una consequenzialità logica, che finiscono coll’essere, quasi più della fantasia, la vera qualità» del libro, non possiamo negare che “Il giorno della civetta” lo sia, con la ragione e la logica che guidano il capitano Bellodi, uomo dotato però anche di intuizione e ironia, qualità che, per scavare nei meandri della verità, sono insostituibili .
    Ma ciò che rende il “giallo” di Sciascia un unicum nel suo genere è quell’amarezza di fondo, quel pessimismo, quella constatazione delle miserie umane, quella disincantata lettura degli eventi che, arrivato all’ultima pagina del romanzo e scoperto l’assassino o rivelata la risoluzione dell’enigma, il lettore non esulta ma avverte una sensazione da “pugno nello stomaco”, per l’implacabile quadro di una realtà che sentiamo ancora nostra, nonostante gli anni trascorsi, per cui “quella” Sicilia è avvertita ancora come la “nostra” Italia.

  8. E’ possibile leggere la vita e la morte del Poeta per antonomasia in una luce diversa da quella tradizionalmente scolastica? Ed è possibile che uno dei più grandi capolavori di tutti i tempi come la Divina Commedia, oltre ad essere una summa del sapere medievale e una guida spirituale per l’umanità, sia anche il poema che contiene un complesso enigma numerologico? La risposta è “sì” se leggiamo il romanzo di Francesco Fioretti “Il libro segreto di Dante”, in cui il “libro segreto” è il Paradiso – ed in particolare i suoi ultimi tredici Canti – dove è racchiuso, appunto, un segreto, agognato da molti uomini per ragioni diverse, per svelare il quale è necessario considerare alcuni dei versi, delle figure, delle profezie, disseminate nei Canti del poema; è inevitabile quindi che l’intera Commedia, partendo da questo presupposto, sia avvolta da una singolare luce di mistero, un mistero celato nella struttura delle sue immortali terzine. La stessa morte del divino Poeta è poi avvolta da un’aura di mistero, dal momento che ci sono ragionevoli motivi per dubitare che sia stata causata da un veleno piuttosto che dalla malaria, data l’urgenza di far tacere per sempre una voce tanto pericolosa; gli stessi figli di Dante – legittimi e non, come Giovanni da Lucca, ed anche questo è un elemento di non trascurabile importanza nel meccanismo narrativo – sono ritratti dall’Autore in una veste realistica ed umana, con tutte le sofferenze patite per questo padre assente o ingiustamente condannato all’esilio, ma, allo stesso tempo, diventano personaggi letterari e di non trascurabile importanza per avviare il lettore alla soluzione del mistero (“Giovanni non era riuscito a chiudere occhio, ossessionato com’era dal nuovo mistero di quei quattro fogli di formato piccolo che gli aveva mostrato Antonia – la figlia di Dante che aveva abbracciato la vita monastica, ndr – prima di ripartire, dall’enigma del veltro, dei cinquecento diece e cinque, dell’aquila, dei legami in parte trasparenti e in parte occulti che si potevano stabilire tra i tre brani danteschi trovati nel doppio fondo della cassapanca.” pg. 113); le stesse opere come la “Vita Nova”, poesie come “Donne ch’avete intelletto d’amore” o “Tre donne intorno al cor mi son venute”, le reminiscenze poetiche – ad esempio il verso di Guinizzelli “come in clarità di foco” – sono da Fioretti inserite in questo complesso percorso di risoluzione dell’enigma, in cui non mancano affascinanti ricostruzioni storiche come la descrizione dell’attività dei banchieri Bardi e Peruzzi (come non pensare a Boccaccio?), degni figli della lupa, della fiera più terribile e invincibile, se non dal veltro, che “strozzavano il re d’Inghilterra con interessi da capogiro”(pg.110) e non mancano neppure, ovviamente, le lunghe pagine in cui pian piano si raccolgono i vari e complessi elementi che compongono le parti di questo intricato puzzle.
    In un romanzo di tal genere non possono poi mancare losche figure come il “potentissimo” messer Mone, appartenente ad una “famiglia di banchieri ricchissima, che presta soldi ai Plantageneti d’Inghilterra e ai Capetingi di Francia” (pg.156) e quindi anch’esso degno figlio della lupa, che aveva sposato “la donna più bella di Firenze che, però non lo amava granchè” ( forse perché si chiamava Beatrice ed amava un uomo intelligente e sensibile come il nostro Dante..?), morta a ventiquattro anni di parto cesareo nel dare alla luce Francesca; questa donna è “il punto debole di ser Mone” (pg.157) ed anche questo elemento sarà determinante nel corso della narrazione. Non mancano infine i numerosi riferimenti ai Templari e le descrizioni di crude battaglie come quelle combattute dai Crociati; le descrizioni sia di luoghi lontani, quasi al confine tra realtà e mito, che di luoghi tipicamente medievali come le popolari taverne o lo Studium aperto a pochi eletti come le Universitates; pertinenti infine le considerazioni sulla fine di un’epoca e l’avvento della successiva: “di fatto si stava chiudendo un mondo e se ne stava inaugurando un altro, la società s’era fatta materialista, [..] le rissose ma aperte democrazie comunali lasciavano il campo ai nuovi regimi oligarchici delle poche famiglie, vecchie e nuove, che si stringevano attorno ad un signore” (pg.239).

    Dati questi “ingredienti” della narrazione, è ovvio che un romanzo del genere trovi facili consensi – da parte degli amanti dell’enigma e, se vogliamo, dell’esoterico – comprovati dal successo editoriale dell’opera, come facili critiche – in particolar modo da parte di chi non accetta di buon grado la libera “rivisitazione” di cotanti personaggi ed opere, intoccabili se non da una prospettiva di studio rigoroso- .
    Dovendo esprimere la mia opinione su questo blog, dico che personalmente ho trovato la lettura di questo romanzo interessante per l’umana configurazione di personaggi come Dante, Gemma Donati ed i loro figli, molto attuali anche nella necessità di dover accettare una scelta intransigente come quella del Poeta, scelta che capiranno solo da adulti e di cui andranno comunque fieri ( ed anche la stessa moglie Gemma, solamente di fronte al marito morto, dopo “vent’anni di umiliazioni patite a Firenze” – pg.40- , comprende “quella rigidità da frate, quella coerenza apparentemente ottusa” […] necessaria ”per attribuire a sé il diritto di giudicare i morti”- ibidem- e “finalmente lo perdonò” – pg.41-); ho apprezzato poi la gradevole resa narrativa, favorita dallo stile agile e privo di inutili orpelli che caratterizza il testo, di dati storici e testi letterari; ho letto con piacere il delicato ritratto di un giovane Petrarca “studente della facoltà di diritto – a Bologna, ndr- molto promettente, che viveva ad Avignone con i suoi e mago dell’esametro dattilico”; ho trovato, però, piuttosto pesanti le parti in cui, per pagine e pagine, si espongono, sia verbalmente che graficamente, le tappe progressive che portano alla risposta finale ovvero alla soluzione – frutto non solo dei numeri e della razionalità – del mistero fulcro dell’intera vicenda, ma riconosco che questo è un mio limite e ciò che per me è stato il “difetto” del romanzo, per altri può costituire la sua forza.
    Del resto è proprio questo il bello dei libri che, sul piano razionale e contenutistico, pur narrando la stessa vicenda, pur esponendo lo stesso pensiero per chiunque li legga, sul piano emotivo e della sensibilità, a ciascuno raccontano una storia diversa, che lascia comunque una traccia, al di là del tempo e dello spazio; non possiamo dunque non essere convinti, come Antonia alla fine del romanzo a proposito di suo padre e della Commedia, che “anche se i tempi e i guelfi neri sembravano averlo sconfitto, i suoi versi avrebbero continuato a parlare per sempre” (pg.270).