Premio strega

IV B e IV A a confronto con la lettura: 8 giugno 2011!

Disposti in un cerchio gli studenti del XXV Aprile si trovano a discutere di tre romanzi candidati al Premio Strega: Nesi, Storia della mia gente, Bompiani 2010; Desiati, Ternitti, Mondadori 2011; Arpaia, L’energia del vuoto, Guanda 2011.
Uno scambio di idee che diviene un consiglio di lettura per l’estate!

Nesi, Storia della mia gente, Bompiani 2010

Il testo racconta dell’illusione perduta del benessere diffuso in Italia. Di come sia potuto accadere che i successi della nostra vitalissima piccola industria di provincia, pur capitanata da personaggi incolti e ruspanti sempre sbeffeggiati dal miglior cinema e dalla miglior letteratura, appaiano oggi poco più di un ricordo lontano. Oggi che, sullo sfondo di una decadenza economica forse ormai inevitabile, ai posti di comando si agitano mezze figure di economisti ispirate solo dall’arroganza intellettuale e politici tremebondi di ogni schieramento, poco più che aspiranti stregoni alle prese con l’immane tornado della globalizzazione.
Edoardo Nesi torna con un libro avvincente e appassionato, a metà tra il romanzo e il saggio, l’autobiografia e il trattato economico, e ci racconta, dal centro dell’uragano globale, la sua Prato invasa dai cinesi, cosa si prova a diventare parte della prima generazione di italiani che, da secoli, si ritroveranno ad essere più poveri dei loro genitori.

Edoardo Nesi ha pubblicato con Bompiani Fughe da fermo (1995), Ride con gli angeli (1996), Rebecca (1999), Figli delle stelle (2001), L’età dell’oro (2004, Premio Bruno Cavallini, Finalista Premio Strega 2005). Ha scritto e diretto il film Fughe da fermo (Fandango, 2001).

Mario Desiati, Ternitti, Mondadori 2011

È il 1975. Mimì Orlando ha quindici anni quando è costretta a lasciare i suoi scogli, l’odore di salsedine, la Puglia dorata per seguire il padre nella grande fabbrica svizzera che produce ternitti: l’eternit, promessa di ricchezza per migliaia di emigranti, che somiglia all’impasto di una focaccia che coli caldo negli stampi per essere infornato e invece esala fumi letali, penetra nei polmoni con mille invisibili uncini e lentamente divora tutto il corpo.
Per Mimì quelli al Nord sono gli anni del vetro, del freddo che ghiaccia le cose e le persone. Ma anche quelli della passione segreta che brucia nel buio dei capannoni dove gli emigranti trovano riparo: l’amore per Ippazio, diciotto anni, tra le dita già corrose dall’amianto un fiammifero acceso nella notte per rubare uno sguardo, un istante d’amore.
Anni Novanta: Mimì è di nuovo in Puglia. Sola. Con una determinazione e un orgoglio che fanno di lei una donna eccezionale, coraggiosa e selvatica. Ha una figlia adolescente, Arianna, poco più giovane di lei. Ma accanto a loro non ci sono uomini, per Arianna non c’è un padre. Mimì vive con feroce innocenza, affamata della giovinezza che le è stata sottratta e insieme forte del coraggio di una vita intera. Madre anticonformista e leale, compagna indomita per le sue colleghe in fabbrica e per tutti coloro che accompagna fino alla soglia dell’ultimo respiro roso dal mesotelioma da amianto, è una donna che sa parlare con le proprie inquietudini e paure ma anche – ascoltando le voci degli antenati che sempre la accompagnano – guardare al futuro senza piegarsi mai.
Ternitti in dialetto significa anche tetto, e il destino vorrà che questa parola sia il sigillo di una vita intera: proprio su un tetto, finalmente a contatto col cielo, Mimì saprà riscattare la sua gente e forse anche il suo amore.

Anche quando sembra allontanarsene, la scrittura di Mario Desiati resta profondamente radicata nelle zolle dure della sua terra d’origine, sulla cui sorte sembra condurre un discorso sotterraneo e fondamentale. Parole non levigate dal tempo danno vita a pagine piene di poesia, percorse dal filo di un canto d’amore sempre venato, però, dal ritmo martellante di una dionisiaca taranta.
La vicenda di un popolo tenace, la tragedia del lavoro che nutre e uccide, la meschinità di un uomo e la fierezza di una donna: tutto si compone con la semplice necessità delle umane cose in un romanzo luminoso e maturo.
Mario Desiati (1977) è cresciuto a Martina Franca e vive a Roma. Ha pubblicato la raccolta di poesie Le luci gialle della contraerea (Lietocolle, 2004) ed è fra i poeti rappresentati nell’antologia Nuovissima poesia italiana (Mondadori, 2004). Come narratore ha esordito nel 2003 con Neppure quando è notte (peQuod), ha pubblicato in seguito per Mondadori Vita precaria e amore eterno (Mondadori, 2006), Il paese delle spose infelici (2008) e per Laterza Foto di classe (2009). Per minimum fax ha curato l’antologia Voi siete qui (2007).

Arpaia, L’energia del vuoto, Guanda 2011

È notte, su una stradina di montagna in Svizzera. Un’auto procede veloce, diretta a Marsiglia. A bordo un uomo, Pietro Leone, funzionario dell’Onu a Ginevra. Accanto a lui dorme il figlio Nico, una console stretta fra le mani, i jeans a vita bassissima come ogni adolescente che si rispetti. I due sono in fuga, anche se nemmeno Pietro sa da cosa sta fuggendo. La sola certezza è che da giorni qualcuno tiene sotto controllo i suoi movimenti e che la moglie Emilia Viñas, spagnola, ricercatrice al Cern, la sera precedente non è tornata a casa. La donna è la responsabile di uno degli esperimenti con il Large Hadron Collider, l’Lhc, il più potente acceleratore di particelle mai costruito al mondo. Emilia ama il suo lavoro, al quale spesso, necessariamente, sacrifica la famiglia e soprattutto il rapporto con Pietro, che sembra giunto a un punto morto. Del resto, quella della fisica, da Einstein alla teoria delle stringhe, è un’avventura troppo affascinante.
Lo scopre anche Nuria Moreno, giornalista di Madrid giunta al Cern per realizzare un servizio per il suo giornale e conquistata da quel mondo all’inizio tanto lontano da lei. E proprio grazie alle sue domande, che si fanno via via più puntuali, veniamo coinvolti in un universo che a molti appare misterioso e incomprensibile, ma che in queste pagine si racconta e si manifesta con l’immaginazione e la passione che lo animano, rivelandosi intessuto della stessa sostanza, dello stesso desiderio di conoscenza, degli interrogativi sul futuro e sulla vita che agitano tutti noi. Da chi stanno scappando Pietro e Nico? Dov’è finita Emilia?

Bruno Arpaia è nato nel 1957 a Ottaviano, in provincia di Napoli. Giornalista, consulente editoriale e traduttore di letteratura spagnola e latinoamericana, ha pubblicato diversi romanzi che hanno ottenuto numerosi riconoscimenti: Premio Hammet Italia 1997 per Tempo perso; Premio Selezione Campiello 2001 e Premio Alassio Centolibri – Un’autore per l’Europa 2001 per L’angelo della storia; Premio Napoli e Premio Letterario Giovanni Comisso 2006 per Il passato davanti a noi. Ha pubblicato anche i romanzi I forestieri e Il futuro in punta di piedi.

5 pensieri su “Premio strega

  1. Un romanzo contaminato nei generi come richiede la narrazione post-moderna, con tutti i difetti e i pregi della varietà stilistica: questo è l’aspetto più evidente nella lettura del romanzo di Nesi.
    Non è un vero romanzo di formazione, anche se i primi due capitoli raccontano la giovinezza di un rampollo di provincia che in estate frequenta i più vivaci corsi di studio presenti nelle università americane di Harvard o di Berkeley o ancora di Cornell, che al ritorno abbandona giurisprudenza, che inizia alla fine il suo cursus honorum al Lanificio T.O Nesi & Figli, forte della lettura “di un centinaio di libri, […] senza aver lavorato nemmeno un’ora” (p.18), che ricorda con gratitudine e compiacimento di essersi tatuato sul braccio il nome del padre.
    Non è un diario, anche se ci sono descrizioni minute, quasi la trasposizione narrativa di foto un po’ ingiallite dal tempo ma ancora perfettamente nitide ed emotivamente calde: “Guardatemi mentre infesto gli uffici della ditta in giacca, jeans e scarpe da ginnastica, sotto lo sguardo corrusco ma fintamente burbero di mio padre e di Alvarado” (p.19), oppure: “Nell’ottobre 2004, pochi giorni dopo aver venduto la ditta, è uscito il mio quinto romanzo L’età dell’oro, in cui raccontavo la vita di un immaginario imprenditore tessile settantenne, Ivo Barrocciai”(p.78).
    Non è un memoriale, anche se qualche incipit di capitolo lo sembra: “Quando vendi un’azienda, vendi anche la tua storia. E noi una storia l’avevamo. Questa storia.” (p.24).
    Non è un vero pamphlet, anche se sono presenti molte affermazioni polemicamente abrasive come “Non c’è nessuno, invece, che debba chiederci scusa per aversi condannato ad essere la prima generazione da secoli che andrà a star peggio di quella dei nostri genitori?” (p.160).
    Non è un romanzo classico: non ci sono colpi di scena (la fine dell’azienda è implicita) né storie d’amore.
    Anzi, forse un storia d’amore c’è ed è la sorgente e la cifra della vena narrativa. E non è tanto la nostalgia per la ormai passata floridezza economica e per la trascorsa giovinezza (i due dati coincidono) ma la nostalgia di un sogno, l’epopea di una generazione di bravi artigiani, imprenditori e maestranze che potevano a loro volta divenire impresari, quasi la realizzazione del “sogno più stimolante del capitalismo, quel rarissimo fenomeno che lo rende quasi morale, per cui gli operai più capaci e più volenterosi che decidono di mettersi in proprio possono provare a farlo con una certa possibilità di successo.” (p.27). Un amore capace, nel ricordo, di umanizzare gli strumenti di produzione, di cogliere l’armonia prodotta dai rumori delle macchine tessili: “Il rumore di una tessitura è una cosa densa, quasi solida. E’ un’ onda che ti investe, un vento che ti ingobbisce. Il rumore di una tessitura ti fa socchiudere gli occhi e sorridere, come quando si corre mentre nevica” (p.93). L’amore per i filati, “i tessuti più belli del mondo” (p. 65), che quasi pare di toccarli: “Il velour, quella stoffa morbida a pelo ritto e compatto che serviva a fare il paltò per le signore” (p.25), “un loden di 550 grammi al metro lineare […] così da rendere il suo pelo inalterabile e capace di sopportare l’assalto delle piogge acide e della brina delle terribili mattine tedesche” (p.29).
    Un amore che sa diventare, poi, anche amore per la vita, per i ricordi.

    Commentando il suo Per sempre, del 2007, scrive: “Per sempre sta a significare che a quarantaquattro anni mi sono finalmente reso conto che il costo della vita sono i ricordi; che ogni legame con la mia giovinezza è ormai legato solo alla memoria […] che esistono cose e persone e avvenimenti e amori e dolori e felicità che non riuscirò più a dimenticare che staranno appunto, per me, per sempre (p.83).
    Amore che si manifesta anche per il cinema e per la letteratura (le cui citazioni ripetute finiscono per costituire una trama e un ordito alle vicende personali e storiche raccontate); amore soprattutto per la cultura e per la saggezza, per una civiltà a misura d’uomo “Ci sono voluti anni ma alla fine ho capito che la ricchezza interiore inespressa vale poco, poco più di nulla, e, tutto quello che non si riesce a dire e a scrivere e a vivere è perduto –polvere.” (p. 42).
    In un altro passo – liricamente ispirato – sembra quasi donare un lascito di speranza alla figlia con cui sta ascoltando Knockin On Heaven’s Door di Bob Dylan (intrisa di forti suggestioni di pace e di fratellanza ‘alle porte del cielo’)

    “Sarebbe bellissimo se oggi potesse essere la cultura a salvare l’Italia. Sarebbe un sogno. Se i romanzi e i film e i quadri e le poesie e le opere e le canzoni e persino la moda – sì anche la moda – potessero aiutare tutti a non perdere il lavoro e a non scivolare prima nella depressione e poi nella povertà. […] Tutti abbiamo bisogno di bellezza, un bisogno disperato. Ma non posso usare la parola disperato. Non con la mia bambina […] Così le prendo la mano e, accompagnato dalle note di Dylan, le chiedo se non le piacerebbe vivere in un mondo in cui tutti campassero solo di cultura, un mondo meraviglioso in cui si potrebbe pagare il macellaio con un racconto, il barista con la poesia, costruirsi una casa con un romanzo – e lei ride e dice che sarebbe una cosa bellissima “(p.50).

    darioprof

  2. “Storia della mia gente” – Nesi.

    Il libro parla della sua storia di industriale tessile a Prato, e di come abbia dovuto vendere l’azienda di famiglia a seguito della concorrenza spietata cinese, frutto diretto della globalizzazione.
    Poiché la medesima sorte è capitata a molte altri industriali, questa storia può essere, a grandi linee -grandissime, direi- la storia della gente.
    In 161 pagine non si coglie il nesso logico che rende la gente la “sua” gente.

    Anzi, in queste 161 pagine il racconto prosegue liscio, decisamente troppo liscio: nessun colpo di scena, nessuna suspance, nessuno spannung. Solo una raccolta di informazioni, guarnite da decine di riferimenti a canzoni datate e a citazioni, che rendono la storia di difficile comprensione per chi non le ha mai sentite, e che fanno giusto sorridere, così come si sorride nel ricordare qualcosa di noto, a chi le conosce.

    In 161 pagine non si capisce precisamente con chi o con cosa sia contro l’autore.
    Forse contro la globalizzazione? Forse contro gli economisti?
    Sicuramente (fortunatamente) non contro i cinesi: esprime in diversi punti l’opinione per cui non sono le persone cinesi ad aver direttamente mutato le condizioni dell’impresa tessile pratese.

    Afferma che le aziende dovrebbero prendere esempio dalla Ferrari, non fa alcuna mossa per esserlo.
    Afferma che in Italia possono sopravvivere i marchi di nicchia come Armani, non racconta di nessun impegno per rendere la sua attività una tra queste.
    Al contrario, dopo che i prodotti non si vendevano più così facilmente, e le stoffe prodotte per decine di anni erano passate di moda… proprio quando serviva un impegno attivo, una strategia commerciale forte… l’Autore vende l’azienda.

    In 161 pagine non si capisce il motivo per cui dovremmo leggere la sua storia. Per compassione? Per passatempo?
    Personalmente, non ho trovato in questo libro nessuna informazione utile, nessun suggerimento, se non una conferma di quello che credo sia la chiave del successo:

    The only way to do great work is to love what you do. If you haven’t found it yet, keep looking. Don’t settle. […] Stay Hungry. Stay Foolish. (dal discorso di Steve Jobs alla Stanford University, 2005)

    L’unico modo per fare un bel lavoro è amare quello che si fa. Se non lo hai ancora trovato, continua a cercarlo. Non ti fermare […] [Perciò] rimani affamato, rimani pazzo.

    Lorenzo Fontanelli – IV A.

  3. COMMENTO “STORIA DELLA MIA GENTE” DI EDOARDO NESI:

    Il mio è un giudizio complessivamente negativo su questo romanzo. Non mi è piaciuto innanzitutto per lo stile. La descrizione delle stoffe usate nell’industria tessile, per esempio il Loden (pag.29), sono troppo dense di particolari, di conseguenza rendono il libro poco scorrevole.
    Inoltre non si intravede una trama: il titolo è fuorviante perché, in realtà, l’autore racconta la sua vita tramite esperienze vissute, usando solo come scorcio la situazione di crisi delle industrie di Prato e le loro relative problematiche. Per di ! più queste sue esperienze non hanno un preciso filo logico, come se l’autore avesse scritto le prime cose che gli venivano in mente.
    Un elemento positivo, invece, che si riesce ad estrarre da questo libro è una buona conoscenza dell’ autore per la musica e per i poeti o scrittori di nazionalità americana come Scott Fitzgerald, che mi hanno incuriosito e che forse leggerò.
    In conclusione, credo che questo libro non vincerà il “Premio Strega” di quest’anno.

    Andrea Monti IVA

  4. Edoardo Nesi, Storia della mia gente, Bompiani, 2010.
    Un libro non è tale solo perché racconta una storia avvincente con un colpo di scena ogni due pagine si e una no, ma è tale quando è capace di trasmettere un messaggio, un’idea, un concetto su cui il lettore può meditare e fare proprio, arricchendo così la propria persona e magari imparando anche qualcosa. È questo lo spirito con cui bisogna intraprendere la lettura di “Storia della mia gente”, un testo che non presenta certo una trama incalzante, coinvolgente o particolarmente intrigante ma che offre indubbiamente al lettore una serie di interessanti e attuali spunti di riflessione che prendono il via da temi quali la globalizzazione, il ruolo della cultura e della letteratura come filtro della realtà che ci circonda, il razzismo e la lotta per i propri ideali.
    L’autore, Edoardo Nesi, racconta in prima persona, con stile piano e molto scorrevole, la sua storia, quella storia che diventerà poi la storia della sua gente: Edoardo, un ricco imprenditore di Prato, destinato a continuare l’impresa di famiglia, una delle più importanti fabbriche di tessitura della città toscana, si trova improvvisamente a fare i conti con la più grande crisi economica dei tempi recenti, con la globalizzazione, con scelte di politica industriale poco efficaci fatte dai governi del nostro paese, con una situazione che lo costringe nel 2004, suo malgrado, a cedere la ditta di famiglia, fondata da suo nonno. E come Edoardo, tanti altri piccoli imprenditori non solo pratesi ma anche italiani si sono visti scivolare via il loro futuro e quello dei loro figli.
    Partendo dalla sua vicenda autobiografica e da quella della “sua gente”, Nesi vuole, a mio avviso, “far sentire anche la voce di chi non era così entusiasta dell’apertura mondiale degli scambi commerciali […] per la semplice paura che a gran parte dell’Italia non solo non convenisse ma potesse persino risultare letale, e sentiva di rappresentare non solo se stesso e la sua piccola impresa e le sue piccole paure, ma anche le migliaia di piccole imprese con le loro decine di migliaia di dipendenti sparsi in tutto il paese, e le loro grandi paure.”
    L’autore pertanto non condanna la globalizzazione in sé, ma si limita a far emergere tutti coloro che da tale fenomeno politico-economico hanno tratto solo svantaggi e fallimenti: tutti quei piccoli impresari con le loro piccole industrie, quelle piccole aziende –come quella della famiglia di Edoardo- che non sono state tutelate dalle decisioni dei governanti ma la cui produzione –nel caso di Nesi i tessuti- è stata rimpiazzata con una più economica proveniente dalla Cina.
    Questa situazione di grave crisi non è stata tuttavia recepita con passività dagli abitanti di Prato, come ci racconta Nesi nell’immagine che chiude il romanzo: quella “generazione X senza idee e senza ideali”, da sempre e da tutti criticata perché cresciuta davanti alla televisione e adagiata “in un dorato presente senza fine creato dal lavoro dei loro padri”, ha avuto la forza di scendere in piazza a manifestare per difendere ciò che possedeva, ciò che riteneva importante, per assicurare ai propri figli un avvenire stabile, come quello di cui godettero i loro nonni.

    “Storia della mia gente” si inserisce perfettamente nell’attuale contesto italiano e mondiale: una terribile crisi economico-finanziaria che ogni giorno priva migliaia di persone del loro lavoro e non permette ai giovani e neolaureati di trovare un impiego fisso e ben retribuito; è forse la globalizzazione con i suoi effetti a lungo termine la causa di tutto ciò? “Ai posteri l’ardua sentenza”.

  5. Edoardo Nesi, Storia della mia gente, Bompiani, 2010.

    Non saprei dire se la mia prima impressione sul libro “Storia della mia gente” è stata positiva o negativa, forse sono rimasto solo un po’ colpito dalla varietà di generi che esso racchiude: potrebbe essere benissimo un’autobiografia, un romanzo o un trattato economico, e non sono sicuro che ciò non sia da apprezzare. Rimane comunque un libro che lascia il lettore con molti interrogativi ( che “te la sdubbia”, come forse diremmo noi ragazzi di “oggi” ).
    Nesi, attraverso la SUA storia, affronta un tema tanto delicato quanto forse poco discusso, quello del periodo italiano della post-globalizzazione, fallimentare per piccoli e medi imprenditori alle prese con la concorrenza di lavoratori cinesi sottopagati e sotto ogni qualsivoglia diritto. Con immagini letterarie e musicali (in cui troneggia il privilegiato Fitzgerald) l’’autore dipinge una realtà, la realtà di Noi Italiani, con sguardo disilluso, rassegnato e critico, ma allo stesso tempo fiducioso in una insperata rinascita, che riporti Prato (e per estensione la penisola tutta) agli albori del boom economico.
    È un libro che mi ha intristito molto: è capace di farti aprire gli occhi, di mettere a nudo la cruda situazione in cui ci troviamo, complice anche l’efficacia della frase “italiani che si ritroveranno ad essere più poveri dei propri genitori”.
    Credo che il numero di pagine del romanzo sia un altro punto a favore: se il libro fosse stato più breve o più lungo, Nesi avrebbe forse trascurato o si sarebbe dilungato troppo su dettagli e particolari, ai quali invece è stato dedicato uno spazio adeguato; grazie a questo equilibrio, il messaggio di fondo (che almeno io credo di aver colto) è chiaro e persuasivo: gli Italiani devono svegliarsi, e non commettere l’errore che ha portato i loro genitori a dare per scontato ciò che avevano, credendo di vivere in una condizione di ricchezza perpetua ed intramontabile.
    Quindi, libro promosso a pieni voti !