Le proposte di lettura di Marzo 2011

INCONTRO CON L’AUTORE : MARCO MALVALDI

IL 31 MARZO ALLE 14,30

MALVALDI SARA’ OSPITE DEL LICEO XXV APRILE PER PARLARE DEL SUO ULTIMO LIBRO “ODORE CHIUSO”

VI ASPETTIAMO NUMEROSI

L’AUTORE: Marco Malvaldi, nato a Pisa nel 1974 e ricercatore presso il Dipartimento di ChimicaBiorganica dell’Università di Pisa, ha pubblicato per Sellerio tre romanzi dedicati alle vicende del barista Massimo e di un gruppo di anziani signori che frequentano il suo bar : ‘La briscola in cinque’ ( 2007, 17 edizioni), ‘Il gioco delle tre carte’ (2008, 9 edizioni, finalista al Premio Bancarella e al Premio Chianti 2009) e ‘Il re dei giochi’ ( 2010, che ha  venduto complessivamente oltre 150.000 copie.  Dopo questi tre romanzi ha pubblicato Odore di chiuso (2011), giallo di ambientazione tardo ottocentesca che vede come protagonista di un’ intricata vicenda lo scrittore e gastronomo Pellegrino Artusi……

Nel castello del barone Romualdo Bonaiuti, nobile della Maremma toscana, un venerdì di  giugno del 1895 giungono Pellegrino Artusi, gastronomo e autore del celebre “La scienza in cucina e l’arte di mangiar bene”, e il signor Ciceri, fotografo con aspirazioni letterarie; la ragione del loro soggiorno al castello è poco chiara a tutti i componenti della famiglia ma sarà proprio ciò che accadrà al castello che renderà necessario spiegare questa e…….molte altre cose.

Leggete il libro e lo scoprirete..!!!

IL TESTO E’ DISPONIBILE ANCHE PRESSO LA BIBLIOTECA DELL’ISTITUTO

Qualche opinione sul libro:

A destare i residenti dal tranquillo riposo estivo nelle stanzone fresche e confortanti del castello di Roccapendente è l’arrivo di Pellegrino Artusi, curioso ospite, intellettuale e cuoco famoso. Gli occupanti della tenuta, annoiati più del solito perché costretti dalla calura alla quasi immobilità, ne attendono febbrilmente la venuta. Dei tre figli del barone Romualdo Bonaiuti, quello a cui meno potrebbe interessare l’arrivo dell’Artusi è il signorino Lapo, più attirato dalle grazie femminili che da uomini colti e baffuti: sembianze e portamento eleganti, “l’intelligenza di una fruttiera” e una condotta tutt’altro che decorosa. Con lui l’altro figlio del barone, Gaddo, pronto a riservare al gentile personaggio un’accoglienza per nulla calorosa e un atteggiamento freddo e di sufficienza, nonostante ciò non si addica affatto a un uomo di cultura, poeta dall’animo sensibile. Ben più entusiasta della visita è invece Cecilia, unica figlia del barone, dallo sguardo franco e onesto, la sola sinceramente incuriosita dall’ospite dall’aspetto placido e cordiale. La ragazza è sempre sotto l’occhio vigile della nonna Speranza, la baronessa ormai malata e su una sedia rotelle che trascorre le sue giornate con la sua dama di compagnia, la signorina Barberici, e le due cugine del barone, sorelle “zitelle di razza”. Ma l’arrivo dell’insolito personaggio presso la tenuta toscana non è che uno degli avvenimenti pronti a sconvolgere la quiete del castello. All’indomani della venuta dell’Artusi, il “barrito” della signorina Barberici annuncia ai residenti un ben più grave e imprevisto evento: la morte del fedele maggiordomo Teodoro. Il ritrovamento del suo corpo nella cantina del castello sarà l’inizio di una sequenza di vicende, il principio di una serie di indagini dai risvolti inattesi. La pista più semplice farà ricadere tutti i sospetti sulla bella cameriera Agatina, ma saranno le riflessioni dell’ultimo arrivato Artusi a condurre le indagini verso la giusta direzione.
Attraverso un ritmo che non è mai troppo “costretto” nel genere, Malvaldi conferma le sue capacità di narratore ironico e scanzonato, in grado di adattare anche al giallo più tradizionale le inflessioni tipiche della commedia. Pur toccando infatti i tasti giusti, e nella sequenza corretta – delitto, mistero, indagini, interrogatori – riesce comunque a conferire al racconto un’intonazione irriverente e spiritosa. Per nulla seriamente e con un’ironia esplicita e genuina, l’autore delinea un ritratto impietoso che racconta e insieme fa il verso alle “nobili persone”, membri di una casata aristocratica, in un’Italia da poco unificata. Malvaldi presenta al lettore una galleria di personaggi, tutti attentamente e ugualmente indagati e analizzati e, un po’, anche canzonati e derisi.
All’alternarsi di caustici botta e risposta e dialoghi dal tono austero – adeguati a uno scambio di battute tra nobili personaggi ottocenteschi – si aggiungono le “intrusioni” dell’io narrante, che più volte nel corso della narrazione ammicca al lettore con simpatica insolenza. La stessa d’altronde a cui l’autore ci ha finora abituati.

Recensione tratta da Ibs.it

In breve…

“Un chimico che scrive romanzi: ci piace molto l’idea (e, pensiamo, di rimando, al grande Primo Levi). Come se nelle sue trame ci possano essere più cose e meno arzigogoli».
Giovanni Pacchiano, IL SOLE-24 ORE

«Piace a Malvaldi costruire attorno a una trama semplice un giallo classico (‘un po’ alla Agatha Christie, in cui distrai il lettore per nascondere il coniglio nel cappello’), a tratti spassoso, a tratti provocatorio, ma anche istruttivo».
Ida Bozzi, CORRIERE DELLA SERA

La parola all’autore: intervista a Marco Malvaldi

‘Odore di chiuso’: Marco Malvali e il giallo d’epoca

1895. San Carlo, Maremma toscana. Con ‘Odore di chiuso’ questa volta Marco Malvaldi – lasciati per il momento i quattro vecchietti del BarLume – ci consegna il magnifico ritratto di un italiano memorabile, Pellegrino Artusi, il grande gastronomo che con la sua “Scienza in cucina e l’arte di mangiar bene” dette dignità alle pietanze di tutti i giorni, in un giallo di impianto classico. L’abbiamo incontrato alla presentazione del suo libro alla libreria Edison di Firenze.

La campagna (toscana), un casolare, degli ospiti invitati per il week-end, un protagonista dai baffi molto particolari, una famiglia nobile sulla via della decadenza, un omicidio con il “gioco” della stanza chiusa.. quanto c’è di Agata Christie in questo romanzo?
Quasi tutto. L’idea di partenza era quella di scrivere un giallo classico, con tutti i clichè che appartengono a questo genere. Volevo addirittura ambientarlo nell’Inghilterra vittoriana. Poi discutendo con l’editore Sellerio è sembrato più giusto scrivere di luoghi più familiari. Così eccoci nuovamente a Livorno e dintorni. Anche se ammetto di non essere mai vissuto nella Bolgheri risorgimentale.

Perchè il passaggio ad un giallo ‘storico’ , al cambiamento di epoca? Una fuga ‘letteraria’?
Avevo voglia di scrivere qualcosa di diverso dai romanzi precedenti, l’idea che girava per la testa era quella di un libro ‘apocrifo’, che avesse come protagonista uno scrittore. Così. Dopo aver deciso di ambientarlo in Toscana ho preso in rassegna alcuni scrittori dell’epoca. Alla fine la scelta è caduta su Pellegrino Artusi. Avevo pensato anche a De Amicis, ma non era troppo adatto a me, sono più propenso a far ridere che a commuovere.

Come mai la scelta di una voce narrante contemporanea che commenta la vicenda?
La voce narrante è stata una precisa scelta stilistica. Io mi considero uno scrittore ‘comico’ e lo straniamento dato dal narratore era perfetto per donare al romanzo dei momenti comici. In un libro scritto in lingua ottocentesca la ‘grezzata voluta’ dava il giusto effetto di rottura all’interno del racconto.

Il protagonista ha due grassissimi gatti, proprio come lei, quanto c’è di personale in questo romanzo?
C’è sicuramente tutta la mia sincera e profonda ammirazione per un personaggio storico come
Pellegrino Artusi, un uomo che sapeva vivere bene e che sapeva godersi la vita. Se potessi decidere che personaggio storico essere sicuramente sceglierei lui.

Ecco un riferimento indiretto ai tempi attuali: parla della fine dell’ottocento sottolineando come fossero ‘bei tempi’.
Già bei tempi. Volevo proprio sottolineare la distanza storica dell’epoca del romanzo con i tempi attuali. Nell’Ottocento, scrivo, la gente era famosa per ciò che faceva e molto spesso se ne ignoravano le fattezze. Proprio il contrario di adesso, quando si appare ancor prima di essere e non conta la banalità dei contenuti quanto l’importanza dell’aspetto. Basta fare un poco di zapping in televisione dall’Isola dei famosi al Grande fratello.

Lei ha detto che i suoi scrittori preferiti sono Sciascia e Durenmatt, perchè?
Perchè secondo me sono riusciti a trasformare il genere giallo in Letteratura, mantenendo la loro universalità e la facoltà di essere leggibili e godibili da chiunque.

Secondo lei a cosa deve questo successo? Si potrebbe parlare di un doppio successo vista la scarsa propensione degli italiani a leggere e comprare libri.
Scrivere gialli di certo aiuta, essendo uno dei generi preferiti dai lettori. La colpa della scarsa propensione degli italiani a leggere non la darei però nè agli scrittori nè ai lettori. Piuttosto la colpa è del sistema scolastico e dell’istruzione che trasmette ai ragazzi che leggere è una cosa pallosa, che ‘non si legge ma si studia’..

Lei non è uno scrittore a tempo pieno, è anche un chimico, potremmo definirla un ibrido tra uno scrittore part-time ed un ricercatore precario?
Per ora mi definirei uno ‘scrittore disoccupato’ ed un chimico ‘per diletto’.

Ritorneranno presto i vecchietti livornesi degli scorsi romanzi?
Vedremo.

Marco Leone

Da La Nazione, Livorno, 10 febbraio 2011 (p. 13-14)

Un pensiero su “Le proposte di lettura di Marzo 2011

  1. Pur non essendo una abituale lettrice di gialli e, in particolare, una estimatrice dei libri di Malvaldi, ho trovato gradevole leggere la sua ultima fatica, a mio parere ben costruita dal punto di vista narrativo, abbastanza coinvolgente nello sviluppo degli eventi e piuttosto accattivante nella scelta della voce narrante, che decide di non tralasciare, attraverso le battute dei personaggi e alcune descrizioni, i riferimento storici, inseriti con buon gusto e con quella punta di ironia che non guasta mai.
    Se infatti non mi avevano affatto entusiasmato le vicende delittuose di cui, più o meno indirettamente, si occupavano il barista Massimo e il gruppo di simpatici vecchietti avventori del Bar Lume di Pineta, il delitto che Pellegrino Artusi contribuirà a risolvere e che costituisce il fulcro attorno a cui ruota tutto l’impianto narrativo, mi è sembrato un interessante pretesto per dare vita ad un simpatico affresco storico della Toscana di fine Ottocento.
    “Odore di chiuso” si presenta infatti come un giallo di ambientazione ottocentesca con l’immancabile castello, il suo bel delitto – di cui è vittima il (classico) maggiordomo Teodoro -, la famiglia, ad hoc, di nobili decaduti, composta dal capo-famiglia barone Romualdo Bonaiuti, dalla vecchia baronessa Speranza, integerrima ed energica nonostante la sedia a rotelle, con dama di compagnia al seguito, dai due figli maschi (Gaddo, dilettante poeta che adora Carducci, e Lapo, cinico ed inguaribile seduttore), dalla figlia Cecilia, intelligente e perspicace ma costretta, dati i tempi, a occuparsi della casa, ed infine dalle due signorine Bonaiuti Ferro, zitelle, ingenue e sempre col rosario in mano; non può ovviamente mancare la numerosa servitù “confacente al castello” (pg. 33)- come l’ospite Pellegrino Artusi annota sul suo diario all’arrivo nel maniero – con personaggi pittoreschi come l’esperta cuoca o la cameriera Agatina, formosa e desiderabile, come da manuale.
    In questa ambientazione si inserisce, appunto, il romagnolo Pellegrino Artusi, studioso di storia naturale con la passione della cucina, il quale, invitato con l’ambiguo e viscido signor Ciceri al castello, mostra subito – da buon Sherlock Holmes nostrano – la sua capacità di porre attenzione a dettagli apparentemente insignificanti, accuratamente riportati sul suo diario (ad esempio il fatto che Teodoro non mangia asparagi e che ama fare scommesse sportive – pg. 34 -) e che poi si riveleranno essere determinanti per scoprire l’assassino. Il suo acume trova poi conferma non appena, scoperto il cadavere di Teodoro, avverte un apparente “odore di chiuso” (pg.74) che nasconde, invece, l’olezzo dell’urina di chi mangia asparagi; da qui in poi, nel corso del romanzo, le deduzioni logiche si snodano l’una dopo l’altra, dando senso anche ad elementi a cui nemmeno l’imparziale e laborioso ufficiale di Pubblica Sicurezza, il delegato Artistico, aveva dato il peso necessario. Questo zelante servitore dello Stato o, per meglio dire in tempo di ricorrenze ufficiali, della poco più che trentenne Italia unita, rappresenta a mio avviso l’homo novus , di umili origini ma dotato di talento e determinazione, contrapposto a quel mondo modello ancien regime di cui il barone e i suoi figli sono degni rappresentanti; degna di nota è, a questo proposito, la discussione che si tiene a tavola (pg.130 e segg.) sul codice penale del ministro Zanardelli, codice emesso “nei primissimi mesi del governo Crispi” e segno, secondo il medico curante del barone, di “un paese veramente unito” per il principio della “divisibilità della pena” e per la sua estensione a “tutte le regioni del regno”. Alla vera unità del paese aspira anche il nostro Artusi, “fervente mazziniano” ( pg. 132), il quale, ribattendo al borioso Lapo, convinto assertore dell’impossibilità di unire zone diverse del paese così diverse tra loro come l’acqua e l’olio, si lancia in una originalissima metafora gastronomica, facendo capire al Giovin Signore maremmano come la maionese,”regina delle salse”, grazie alla lecitina (p.134 – 135), altro non sia che il magnifico risultato dell’ unione di ingredienti chimicamente molto diversi tra loro.
    E’ innegabile quindi che i dialoghi siano uno degli aspetti più apprezzabili di questo libro che, abbandonando la vena folklorica del repertorio di battute in gergo pisano pronunciate dai vecchietti del Bar Lume, dimostra la capacità dell’autore di destreggiarsi ugualmente in un realismo narrativo vivace ma non privo di significato e di spunti di riflessione sul passato e sul presente. Ai dialoghi, numerosi e variegati come il genere del giallo richiede per accompagnare il lettore nella logica deduttiva dell’investigatore di turno, si alternano, come dicevo all’inizio, gli interventi diretti dell’autore – voce straniante ironica e talvolta dissacrante – e la trascrizione di alcune pagine di diario dell’Artusi, con i segreti culinari carpiti alla cuoca – come la ricetta del polpettone all’uso zingaro posto in chiusura del libro -, accenni di nostalgie personali e, soprattutto, la scarsa simpatia – facilmente attualizzabile per chi vuol leggere tra le righe..- per quel mondo nobiliare – o, di privilegiati, tradotto in termini moderni..- così austero ed attento alla forma nella facciata e così, invece, miserabile nei suoi limiti e nei suoi inconfessabili segreti. Se questo spiacevole divario tra l’apparire e l’essere era così evidente, per chi sapeva leggere oltre le apparenze, nelle ultime due settimane di giugno di quel lontano 1895 – anno non scelto a caso, come l’autore ricorda nelle ultime pagine del libro – non possiamo certo affermare che la Storia, tacita protagonista di questa vicenda, abbia mutato sensibilmente le cose a più di un secolo di distanza.