Come analizzare un classico

Linee-guida facoltative per esprimere considerazioni sui classici letti in classe:

  • In classe abbiamo letto …di….ed in particolare… (indicare le parti dell’opera; ad esempio il Canto della Divina Commedia, il capitolo o i capitoli de I promessi sposi,  il titolo della lirica del poeta studiato, il passo del romanzo che si sta studiando, etc…).
  • Esporre brevemente il contenuto del testo.
  • Delineare il tema o i temi presenti nel testo.
  • Esprimere le prorpie considerazioni in merito all’ attualità o meno dei temi trattati.
  • Partendo dal presupposto che “un classico è un libro che non ha mai finito di dire quel che ha da dire”, chiarire che cosa può ancora dire ad giovane di oggi un testo come quello di cui si sta parlando.

5 pensieri su “Come analizzare un classico

  1. Critone di Platone
    Il “Critone”, uno dei primi scritti di Platone, è un’opera che rispecchia il pensiero socratico ed è appunto nota come “dialogo socratico”.
    Nel “Critone” sono narrate le ore che precedono la morte di Socrate, condannato dal tribunale di Atene per empietà e corruzione dei giovani. Attraverso il dialogo tra Socrate e il suo allievo Critone, Platone spiega il motivo per cui Socrate rifiutò il piano di fuga dal carcere organizzato dagli amici.
    Il dibattito, ossia la ricerca di una verità tramite il confronto di idee, fornisce al lettore una profonda caratterizzazione psicologica dei due protagonisti: Socrate si dimostra una persona coerente e un attento osservatore delle leggi, Critone, di fronte alla triste situazione del suo maestro,è disposto ad utilizzare qualsiasi mezzo a sua disposizione pur di salvarlo.
    Tutta l’opera è ambientata in una cella del carcere di Atene; la narrazione è caratterizzata da un linguaggio semplice e colloquiale e da discorsi ricchi di deduzioni logiche e argomentazioni a sostegno delle tesi ora dell’uno, ora dell’altro personaggio.
    Il dialogo si svolge su temi quali la giustizia, il rispetto delle leggi, l’amore per la propria patria, l’onestà e la verità: per Socrate essi sono valori assoluti, non negoziabili.
    Socrate sostiene che una città in cui le leggi e le sentenze emesse non hanno efficacia perché vengono «calpestate e rese vane da cittadini privati» non può più reggersi senza che ne sia profondamente mutato l’ordinamento politico e sociale. E se un cittadino, una volta raggiunti i diritti civili e conosciuti gli ordinamenti dello Stato e le leggi, non trovasse di suo gradimento le leggi stesse, può trasferirsi dove più gli piace. Ma dal momento che rimane nella città, riconoscendone il modo di amministrare la giustizia, allora egli, di fatto, ha accettato di fare ciò che le leggi comandano e non può trasgredire.
    Quello di Socrate è un forte insegnamento morale: libri come questo dovrebbero essere maggiormente diffusi, specialmente tra i giovani, per insegnare l’importanza di essere fedeli a principi come l’onestà, la rettitudine e il rispetto delle leggi.
    Quello fra Socrate e Critone è un colloquio tra docente e discepolo. Socrate, in quanto maestro, non abdica al suo ruolo di esempio nemmeno in prossimità della morte, quando la paura può giustificare qualsiasi debolezza. Per Socrate non è lecito reagire all’ingiustizia con l’ingiustizia e traspare tra le righe la sua grandezza, autenticità e verità.
    Il “Critone” è un’opera di straordinaria bellezza letteraria e, per gli argomenti che tratta, possiamo definirlo universale ed eterno.

  2. FEDONE di Platone
    Pochi altri temi hanno avuto successo nella storia della filosofia occidentale quanto quello dell’immortalità dell’anima. Senza dubbio un testo di riferimento sull’argomento, uno dei primi e dei più completi che sono giunti fino a noi, è il Fedone di Platone.
    In questo dialogo il fondatore dell’Accademia propone una disquisizione sull’argomento volta alla dimostrazione dell’immortalità dell’anima con il supporto di prove razionali. Questo sembra però un controsenso, in quanto si sta cercando di dimostrare qualcosa di trascendente con la ragione: a mio avviso ciò è impossibile a priori, e ritengo che credere o no all’immortalità dell’anima sia un fatto di fede che non può essere per ora – e probabilmente non lo sarà mai – dimostrabile su basi razionali. Forte di questa mia convinzione ho cercato di leggere il testo di Platone alla ricerca delle carenze e dei punti deboli che affliggono il ragionamento che viene condotto, e qui cercherò di dimostrare – per quel che può fare un ragazzo che studia filosofia da meno di un anno – quali siano questi punti e perché secondo me rappresentano una lacuna nel pensiero platonico.
    Fatta questa premessa, analizziamo più nel dettaglio che cosa dice Platone in questo dialogo. Il filosofo illustra le argomentazioni sull’immortalità dell’anima per mezzo delle parole del suo maestro Socrate, che ne discute con i suoi allievi mentre è in carcere e attende di morire. Il dialogo può infatti essere considerato il terzo volume di una trilogia che comprende l’Apologia di Socrate e il Critone, nei quali si parla rispettivamente del processo, del soggiorno in carcere e della morte di Socrate. A differenza dei primi due però nel Fedone Socrate è portavoce non delle proprie teorie, ma di quelle di Platone, che lo sfrutta come tramite per divulgare il proprio pensiero. Il dialogo vero e proprio è contenuto in una cornice in cui Fedone, allievo di Socrate che ha assistito alla sua morte, racconta come si sono svolti i fatti al pitagorico Echecrate.
    Fedone quindi racconta di come la morte di Socrate sia avvenuta dopo diverso tempo dal processo, in quanto in quel periodo erano in corso feste in onore di Apollo e pertanto secondo la tradizioni e le leggi della città non si potevano eseguire condanne. Finiti i festeggiamenti arriva il giorno fatidico: la mattina si presentano nella cella in cui è rinchiuso Socrate i suoi discepoli, tra i quali, ai fini del racconto, dobbiamo fare menzione – oltre che di Fedone – di Critone, il protagonista dell’omonimo dialogo, a cui si rivolgerà più volte Socrate, e soprattutto Simmia e Cebète, i due filosofi tebani che saranno i principali interlocutori di Socrate. È qui interessante soffermarci nel momento in cui Fedone elenca tutti i presenti quella mattina, e dice: « Platone, credo, era ammalato. » Poiché non ci sono giunte notizie di malattie del filosofo in quel tempo e la cosa ci sembra molto poco probabile, sembra qui che egli abbia inserito queste parole, e soprattutto quel «credo», per evidenziare come il racconto non segua fedelmente il resoconto storico ma sia una rielaborazione personale, in linea con le considerazioni che facevamo poco fa.
    Socrate inizia a discutere sulla propria situazione di condannato a morte con Simmia e Cebète, rivelando loro che la morte è una liberazione dell’anima dal corpo: secondo lui «Noi siamo come rinchiusi e custoditi in un carcere da cui non dobbiamo liberarci da noi stessi e svignarsela». Non dobbiamo cercare di liberarci dal corpo con il suicidio, ma dobbiamo desiderare di morire. Questo, che sembra un controsenso a Simmia e Cebète (non riescono a capire come sia possibile desiderare la morte e non cercarla allo stesso tempo), viene chiarito meglio da Socrate nelle pagine successive: il filosofare è la ricerca del perfetto sapere, che appartiene solo all’anima. La morte, che è separazione dell’anima dal corpo, “purifica” l’anima, che non è più vincolata dalla realtà sensibile e che si può proiettare verso il sapere oggettivo. Se un uomo cercasse di raggiungere questo sapere tentando il suicidio la sua anima si macchierebbe di una colpa che la renderebbe impura, e dunque inadatta a raggiungere il vero sapere.
    In questa prima parte del dialogo possiamo già trovare dei punti deboli del ragionamento platonico: qui, come nel corso delle altre parti del testo, si dà per scontata l’esistenza del mondo delle idee – il cardine del pensiero platonico – e dunque dell’esistenza di una realtà oggettiva. Su questo postulato, che andrebbe dimostrato ma che è, a mio avviso, qualcosa di trascendente e dettato dalla fede, si basano, direttamente o indirettamente, tutti i ragionamenti del Fedone, e dunque, mettendo in discussione questo punto, si mettono in discussione tutte le tesi che vi vengono costruite sopra.
    La seconda parte del dialogo è incentrata sulla discussione delle prime tre prove a sostegno dell’immortalità dell’anima. Le argomentazioni sono portate avanti da Socrate con grande attenzione e con discorsi molto prolungati, tanto che i suoi interlocutori si limitano spesso ad annuire o a manifestare il loro consenso sui discorsi di Socrate, pertanto il testo assume il carattere di un trattato.
    La prima prova esposta da Socrate è la teoria dei contrari: riprendendo le concezioni di Eraclito spiega come tutte le cose traggano origine dai propri contrari, e questo avvenga tramite una precisa azione: ad esempio dalla veglia una persona passa al sonno con l’azione dell’addormentarsi, e il passaggio contrario (dal sonno alla veglia) avviene con lo svegliarsi. Per analogia una persona passa dalla vita alla morte con il morire, e dovrà esistere un processo inverso che dalla morte faccia tornare la vita. Dunque, affinché questo accada, l’anima deve continuare a esistere fuori dal corpo. Platone qui però da per scontato che la dottrina di Eraclito «I contrari si generano dai contrari» sia una legge di natura, e che tutti i processi naturali siano ciclici. Ma ciò non viene dimostrato in alcun modo e viene dato per scontato: alla luce di questo sono propenso a ritenere insoddisfacente questa prova.
    La seconda prova che ci viene proposta è l’argomento della reminiscenza. Viene qui spiegata la dottrina gnoseologica di Platone: per lui la conoscenza è il ricordarsi qualcosa che è presente dentro di noi già alla nascita, qualcosa di innato; siamo capaci di riconoscere cose simili e dissimili, e questo avviene poiché abbiamo la concezione di “uguale in sé” che proviene da una vita precedente. Socrate dunque si ricollega all’argomento dei contrari e riafferma che le anime sono immortali e posseggono conoscenza. Qui il vertice del ragionamento può essere ricondotto all’esistenza di un uguale in sé, che viene data per scontata: anche questa prova, a mio avviso, non è soddisfacente.
    La terza prova è la teoria della somiglianza. Lo scopo di Socrate è qui la dimostrazione dell’affinità dell’anima con il divino. Ci dice che le cose si dividono in composte e non composte: le prime sono in divenire, le seconde sono sempre uguali a se stesse. Il corpo è una cosa composta, mentre l’anima non è composta, è simile alle idee e perciò divina e immortale. Inoltre viene qui sancita la superiorità dell’anima sul corpo. Per gli argomenti sulla teoria delle idee, fortemente presente in questa parte, e le relative critiche ad essa testé esposte, non mi ritengo soddisfatto neppure da questa prova.
    A questo punto Socrate descrive quello che sarà il destino delle anime dopo la morte: riprendendo la dottrina pitagorica della metempsicosi afferma che le anime buone, quelle dei filosofi, si recheranno nell’Ade, mentre quelle cattive vagheranno come fantasmi per tombe e sepolcri. Alla luce di questo Socrate esalta l’importanza della filosofia, che ci aiuta a prenderci cura della nostra anima e ci assicura un destino migliore dopo la morte.
    Al termine di questi discorsi un silenzio di intermezzo fa iniziare la terza parte del dialogo: adesso Socrate si troverò ad affrontare le teorie di Simmia e Cebète che, non pienamente soddisfatti dalle tre prove enunciate dal filosofo, presentano obiezioni che lo metteranno a dura prova.
    Messo in difficoltà, però, Socrate si impegna con tutte le forze per vincere le argomentazioni dei due tebani: non vuole infatti correre il rischio che lui e i suoi discepoli diventino misologi e che diffidino del logos come strumento di indagine. Dunque Socrate inizia a demolire l’argomentazione di Simmia. Questi aveva paragonato l’anima a un’armonia degli elementi che costituiscono il corpo, e dunque aveva esternato la sua paura che alla morte del corpo l’anima potesse morire. Socrate ribatte dicendo che, poiché l’anima governa il corpo, il paragone non calza: infatti l’armonia di uno strumento non può governare lo strumento stesso. Inoltre c’è disaccordo con la teoria della reminiscenza (l’anima risulterebbe composta da elementi che non esistevano prima di lei).
    L’argomentazione di Cebète è invece più difficile per Socrate da abbattere. Questi aveva proposto un’analogia con il tessitore di mantelli il quale, dopo aver fabbricato e usurato vari mantelli nella propria vita, alla fine muore prima di aver consumato anche l’ultimo. Cebète si chiede quindi se non può essere che l’anima, dopo aver vissuto varie vite, alla fine si dissolva e muoia come il tessitore. Per controbattere Socrate dice che cose in sé non possono contenere il proprio contrario (da non confondere con le cose reali che possono contenere anche cose in sé contrarie, come afferma la teoria dei contrari): dunque l’anima, partecipe dell’idea della vita, non può morire, e dunque è immortale e incorruttibile.
    Dopo quest’ultima dimostrazione che convince totalmente Simmia e Cebète, Socrate racconta quale sarà il destino delle anime dopo la morte. In questa quarta parte del dialogo Socrate stesso ammonisce di non essere convinto che il suo racconto, che in sostanza può essere definito un mito, corrisponda alla verità. Si racconta che la Terra è una sfera al centro dell’universo, e che essa ha al suo interno delle cavità in cui viviamo. Sulla terra vera i mari sono composti d’aria e l’aria di etere, e là vi abitano gli dei. Le cavità interne sono molte e sono messe in contatto da fiumi che convergono tutti nel corso d’acqua che Omero e altri poeti chiamano Tartaro. È qui che finiscono le anime cattive, mentre quelle buone ricevono un premio e, una volta purificate, accedono alla vera Terra.
    Al termine del racconto ha inizio la parte più bella del racconto, quella cioè che riguarda la morte di Socrate. Con incredibile realismo viene narrato il momento in cui il filosofo beve la cicuta, passeggia attendendo l’effetto del veleno, si sdraia e muore. Di grande effetto sono le ultime parole di Socrate: «O Critone, noi siamo debitori di un gallo a Asclepio; dateglielo e non ve ne dimenticate». Asclepio era il dio della medicina e si era soliti sacrificargli un gallo quando si guariva da una malattia: Socrate muore felice, credendo di essere “guarito” dalla malattia del corpo, che rende l’anima libera e proiettata verso il mondo delle idee.
    Descrivendo le prove che Socrate (cioè Platone) elenca a sostegno dell’anima le ho criticate duramente, giudicandole deboli. Vorrei precisare però come questo non deve sminuire il lavoro di Platone, che è stato senza dubbio uno dei più grandi filosofi dell’antichità e che qui ha cercato di compiere un’impresa veramente ardua, cioè dare un assetto razionale e inserire nel dibattito filosofico qualcosa che per il suo tempo era esclusivo dominio della religione. Dunque il filosofo ha compiuto un ottimo lavoro, cosa della quale spesso il lettore moderno, che dà per scontate troppe cose, difficilmente riesce a rendersi conto. Va evidenziato infatti come il nostro mondo e quello di Platone siano profondamente diversi, i nostri valori siano diversi dai suoi come anche il metodo di ragionare. Vorrei infatti spendere un paio di parole sull’argomento: dalla lettura del Fedone (ma anche degli altri dialoghi platonici) non può non cader l’occhio su come i ragionamenti che vengono compiuti siano quasi esclusivamente induttivi, nei quali cioè si parte dai particolari per arrivare al generale, basati sulle analogie e sull’Ipse dixit (il testo è ricco di riferimenti espliciti impliciti a Talete, Anassimene, Pitagora, Eraclito, Parmenide, Eraclito, Anassagora e altri filosofi minori, oltre che citazioni di Omero). Io, e credo molti altri lettori, avranno sentito un certo disagio a seguire dimostrazioni condotte in questo modo, e ciò è dovuto semplicemente perché, nel corso della storia dell’uomo, il modo di ragionare è cambiato: nel mondo contemporaneo infatti i ragionamenti deduttivi (dal generale al particolare) sono più frequenti degli induttivi, maneggiamo con più cautela le analogie tra ambiti diversi e non ricorriamo quasi mai all’Ipse dixit.

  3. E’ uscito a Novembre 2008. Anche a mio padre è piaciuto tanto, io non ho ancora avuto occasione di leggerlo però… Ho letto altri libri di Manfredi e devo dire che scrive molto bene, ma dopo un po’ se una persona non è appassionata al periodo storico che tratta solitamente Manfredi, diciamo che viene un pò a noia…

  4. “Idi Di Marzo”, Valerio Massimo Manfredi.. Siamo nel 44 a.c, alle Idi di Marzo, Caio Giulio Cesare, il pontefice massimo, l’invincibile, sta per essere ucciso brutalmente.. Emergono allora tutte le debolezze di Cesare, stanco, malato, che è consapevole di non riuscire a portare a termine la missione di cui si sente investito, cioè porre fine alle guerre interne romane, salvando così la stessa civiltà…
    Interessante, oltre alla trama stessa, è l’abilità con cui Valerio Massimo Manfredi scopre un personaggio storico che da tutti i libri scolastici risulta praticamente invincibile, una sorta di Dio, e crea un intreccio di vicende (dalla congiura al tentativo di evitarla) che rendono il libro accattivante…

  5. Un libro che a me è piaciuto molto e che non ritengo nè pesante nè difficile da leggere è Dracula di Stoker, ultimo grande romanzo gotico. Forse molti hanno visto il film “Dracula” di Fracis Ford Coppola, che ha riconfermato il successo del libro, o molte altre riletture cinematografiche che dal ‘900 a oggi sono state fatte sulle figure dei Vampiri.
    Il libro di Stoker però è qualcosa di più…la descrizione del Conte è sicuramente più coinvolgente rispetto all’attore che lo ha interpretato ed è ormai diventata un vero e proprio simbolo.
    Il clima di tensione e di attesa viene avvertito durante tutta la narrazione che avviene sotto forma di epistolario, e che quindi, attraverso più narratori, sottolinea le emozioni di terrore provati dai protagonisti…personalmente mi hanno colpito anche le descrizioni dei luoghi della Transilvania e soprattutto, del castello del Conte.

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