Il primo capitolo di XY

Il destino non è invisibile

Borgo San Giuda non era nemmeno più un paese, era un villaggio. Settantaquattro case, di cui più della metà abbandonate, un bar, uno spaccio di alimentari e la chiesa con la sua canonica – spropositate, in confronto al resto. Fine. Niente giornalaio, niente bar­biere, niente pronto soccorso, niente scuola elementare: per tutto questo, e per gli altri frutti della civiltà, bisognava andare a Serpentina, oltre il bosco, oppure a Doloroso, a Massanera, a Gobba Barzagli, a Fondo, a Dogana Nuova, o addirittura giù a Cles. Però c’era un fabbro, per dire, Wilfred, che faceva i chiodi a mano e sembrava Mangiafuoco, e un cimitero con oltre trecento tombe. Vivere lì non aveva senso, ma ci vivevamo in quarantatre – anzi, in quarantadue, da quando era morto il vecchio Reze’. Era un posto che non esisteva quasi, e nessuno riuscirà mai a capire perché quello che è successo sia successo proprio lì, dove non succedeva niente.

Succedeva una cosa sola, d’inverno, a San Giuda: l’arrivo della slitta di Beppe Formento. I Formento erano una delle quattro famiglie di San Giuda – la più potente, si potrebbe dire, se non facesse ridere. Suo fratello e sua sorella possedevano il bar e lo spaccio, e i loro figli erano i soli giovani che vivessero lì. Una, Perla, figlia di Rina, aveva fatto parte della nazionale di biathlon, e aveva anche vinto una medaglia nella staffetta; l’altro, Zeno, figlio di Sauro, era stato una promessa del salto dal trampolino, ma poi aveva smesso. Beppe Formento amava i cavalli e possedeva un centro ippico, vicino a Serpentina; d’estate c’era un certo giro di villeggianti che andavano a noleggiare i cavalli per fare le passeggiate, e d’inverno Beppe riusciva ad accalappiare una decina di turisti al giorno e li portava a fare un giro sulla slitta a cavalli: vecchi, mamme e bambini piccoli al seguito delle settimane bianche, che trovavano il depliant negli alberghi della zona e decidevano di provare l’emozione di una gita da Diciannovesimo Secolo. L’itinerario era sempre lo stesso: dal centro ippico su verso il trampolino da salto abbandonato, da lì attraverso il bosco fino all’albero ghiacciato (lo ghiacciava lui stesso, tutti gli anni, col cannone da neve, per dare un’emozione ai suoi clienti), poi dritto a San Giuda e ritorno. Alle dieci in punto, tutte le mattine, Beppe Formento fermava la slitta nella piazza del villaggio, scendeva, annunciava una sosta di venti minuti e i turisti infreddoliti si rifugiavano nel bar di suo fratello a bere caffè e cappuccini. Era lui che portava la verdura fresca e la carne, ogni mattina, e l’acqua minerale, il latte, il caffè, la pasta, il formaggio, il vino e le bibite allo spaccio dei suoi fratelli, su un carrello coi pattini attaccato dietro alla slitta. Mentre i turisti si rifocillavano lui scaricava la roba e poi, prima di ripartire, consigliava a tutti una visita alla chiesa; i turisti gli davano sempre retta e a quel punto entravo in gioco io: li accoglievo all’ingresso, mostravo loro il crocifisso ligneo del XV Secolo, il pulpito tardogotico con i suoi bassorilievi, la statua della Madonna delle Selve e quella del nostro Santo, sul conto del quale spiegavo le cose che c’erano da spiegare: San Giuda Taddeo (tutti credono sempre che si tratti di Giuda Iscariota, il traditore), apostolo, fratello di Giacomo il Minore e cugino di Cristo, morto martire in oriente, protettore dei diseredati e di tutti quelli che non hanno speranza. Certe volte le mie parole erano più ispirate, o magari tra i turisti c’erano veramente dei disperati, e allora si perdeva un po’ di tempo perché qualcuno deci­deva di inginocchiarsi davanti alla statua a recitare la preghiera per chiedere una grazia. D’altronde, è una preghiera bellissima. Poi tutti risalivano sulla slitta, Beppe Formento faceva schioccare la frusta e i due ca­valli, Zorro e Malinda, ripartivano scampanellando al trotto leggero e delicato che Beppe Formento aveva in­segnato loro. Buck, il suo pastore tedesco, restava un altro minuto al caldo del bar, poi scattava al galoppo e raggiungeva la slitta prima che svoltasse la curva che riportava verso il bosco, e così era, da dicembre ad aprile, tutte le mattine, domeniche comprese. Beppe Formento non tornava mai al villaggio, nel pomeriggio: aveva sempre molto da fare al centro ippico, e da quan­do qualcuno, anni prima, una notte aveva rubato tutte le selle e i finimenti dalla scuderia, dormiva là in una stanzetta dietro l’ufficio.

Tutto questo dovrebbe essere sufficiente a rendere l’idea dello sconvolgimento che è piombato su di noi quella mattina, quando alle dieci la slitta si presentò in piazza, puntuale come sempre, ma vuota. Non c’era Beppe Formento, non c’era Malinda, non c’erano i turisti, non c’era il carrello coi viveri e non c’era Buck che la seguiva. Solo la slitta trainata da Zorro al ga­loppo, in un terrificante sferraglìo di campanacci che ha insospettito immediatamente tutti noi che l’abbiamo udito. Si dice che il destino sia invisibile, ma almeno quella volta, per noi, non avrebbe potuto essere più appariscente. È il momento che ha cambiato le nostre vite, tutti lo abbiano riconosciuto e nessuno di noi potrà mai dimenticarlo: tutti ricorderemo per sempre cosa stavamo facendo (io stavo preparando la marmellata di arance, per esempio), e l’urgenza con cui l’abbiamo interrotto per uscir fuori a vedere, nonostante nevicasse fitto. E nessuno di noi che siamo usciti in piazza dimenticherà gli occhi di quel povero cavallo, la sua espressione terrorizzata, e gli spasmi, credetemi, umani, che percorrevano il suo muso perduto. Se mai una bestia è stata sul punto di parlare, è proprio Zorro quella mattina; ma anche se gli fosse stato dato di farlo, credo che non avrebbe trovato le parole, perché di parole per dire quello che avrebbe dovuto dire non ce ne sono.

§ § §

Sangue. Sulle lenzuola, sul cuscino, dappertutto. Mi hanno ammazzata? Sono entrati mentre dormivo e mi hanno tagliato la gola? Il cuore batte all’impazzata, ho paura: ho paura di scoprire che mi hanno ammazzata. Eppure devo guardare, devo controllare. Sto bene, però, mi sento bene: potrebbe non essere mio, il sangue. E di chi è? Questo mi fa ancora più paura. Mi alzo, fa freddo. Che ore sono? Le dieci e quarantacinque – cioè in realtà le nove e quarantacinque, perché non ho mai rimesso la radiosveglia con l’ora solare: non ho dormito niente – e questo sangue, sul letto, sul cuscino, è sangue mio. Eppure sono viva, sto ritta sulle gambe, e non sento dolore. Il sangue è sulla mano, la sinistra, sulle dita – è sangue fresco. Devo sedermi di nuovo, sto per svenire. Sempre stato così. Anche all’università, la vista del sangue mi faceva svenire. Ecco, seduta va meglio. Dovrei guardarmi allo specchio, lo so, ma ho paura che il sangue sia anche sul viso. Sfigurata non potrei vivere. Ma poi, sfigurata da chi? Alberto? Lui ha ancora la chiave: è impazzito, è venuto qui mentre dormivo e mi ha ––ma che sciocchezza: povero Alberto, come mi salta in mente una cosa del genere? Eppure qualcosa è successo, c’è sangue sulle lenzuola, sul cuscino, sulla mia mano – rosso, fresco. Dalla mano sta ancora uscendo, ecco: gocce di sangue, sul pavi­mento. Devo guardare assolutamente, devo controllare, non devo svenire. Sono un medico o no? Coraggio: la mano, la mano sinistra. Ecco. Le dita. Il dito indice, soprattutto, sulla falange – oh, Dio, no. Oh, no. La cicatrice. Ma com’è possibile? Come diavolo è possibile? Eppure è proprio la cicatrice: s’è riaperta. Ma non è possibile che si sia riaperta – dopo quanto? Era l’ultimo anno in cui facevo le gare, avevo sedici anni – dopo quindici anni. Eppure è proprio la cicatrice, quella cicatrice. Sì, è lei. S’è proprio riaperta, guarda qui. Si vede l’osso, oh Dio, come quando mi tagliai, quindici anni fa – mi sento male, svengo. Si vede l’osso, il sangue continua a uscire a fiotti, io mi sento male ma devo fermarlo, devo fare qualcosa: prendere un fazzoletto, ecco, stringerlo attorno al dito, sì, legarlo, certo – con cosa? L’elastico per i capelli no, non regge; quei cerotti che ho nel bagno andrebbero bene, ma nel bagno c’è lo specchio, e io ho paura di guardarmi allo specchio: e se sono sfigurata? Però devo farlo, e in fretta, sennò va a finire che muoio dissanguata. Ecco, sono in bagno. Ecco, mi guardo allo specchio. Niente, il viso è a posto, solo le occhiaie, e un pallore cadaverico – per forza, sto per svenire, sto per morire dissanguata. E invece no, resisto, respiro e resisto, prendo i cerotti nell’armadietto, anzi no, meglio il cerotto a nastro, ecco qua, una bella legata, il fazzoletto è già zuppo di sangue, e ora che faccio? Respiro, torno in camera, mi risiedo sul letto. Respiro. Yoga. Dentro. Fuori. Guarda qua, sembra davvero che mi ci abbiano sgozzato. Che faccio? Torno al pronto soccorso, certo, c’è Crocetti, è montato quando me ne sono andata io, ci siamo incrociati nel vestibolo: ci penserà lui. Devo vestirmi, però, e sporcherò tutto di sangue: devo mettere la tuta, la felpa, roba che si lavi facilmente – ma poi che me ne importa? Devo evitare di morire dissanguata, che importa ora se sporco o non sporco i vestiti? E devo fare presto, sto per svenire, ma non posso svenire, anzi devo uscire, ma prima devo prendere le chiavi, già, e il telefonino, e respirare, respirare profondamente, e poi uscire, sì, con la giacca a vento e il cappello. Nevica ancora, non posso andare a piedi. Devo rischiare con la macchina. Devo arrivare il prima possibile da Crocetti, lui mi ricucirà. Accidenti, la Clio è quasi coperta di neve, quanto avrà messo in un’ora e mezzo? Almeno dieci centimetri. Avanti, Giovanna, entra in macchina. Avanti, metti in moto. Aziona il tergicristallo. Brava, così. E respira, e non guardare il dito, e nemmeno il fazzoletto zuppo di sangue: aziona l’aria, piuttosto, che qui si sta appannando tutto. Brava. E ora esci dal parcheggio, piano piano, però, col piede leggero sul gas, così. La strada perlomeno è sgombra, gli spalaneve stanno lavorando, e vai, ecco, così, piano piano, seguendo le tracce delle altre macchine, tenendo le ruote nel binario pulito. Così, sì: senza strattoni, senza frenate, per carità

– per fortuna in giro c’è poca gente. La cicatrice si è riaperta. Ma com’è possibile? Avrò picchiato il dito contro qualcosa, dormendo, qualcosa di tagliente, che ne so, sul comodino, occhio qua, la curva va fatta senza strappi, rotonda, così, o sulla testiera del letto, una botta mentre mi voltavo nel sonno, sì, contro qualcosa di tagliente. Occhio all’autobus. Non sorpassarlo, fermatici dietro. Fai scendere la gente, aspetta che riparta. No. Dopo quindici anni una cicatrice non può riaprirsi, così profonda e precisa come – Dio, se ci ripenso svengo. Respirare, respirare, e poi cos’è questa  paura? Perché ho ancora paura? Di che cosa? Non mi hanno sgozzata nel sonno, non sono sfigurata, non sono svenuta e ormai non muoio più dissanguata, ecco l’ospedale, ecco la sbarra del pronto soccorso. Il guardiano è cambiato, ora c’è quello rasato, che ha la sorella con la leucemia, poveretta: mi riconosce, alza la sbarra, mi saluta, ma dopo quindici anni una cicatrice non può riaprirsi da sola, non c’è niente da fare, avrò visto male, mi sarò ferita lì accanto, certo, sullo stesso dito: devo per forza aver visto male, colpa della paura, questa paura che non se n’è ancora andata. Guarda, c’è un posto libero – piano, però, occhio al mucchio di neve. Meglio fare manovra. Ecco, bella dritta, così. Fatto. Scendere, ora, e fare attenzione a non cadere su questo nevischio che–– cazzo, non ci posso credere: non ho messo le scarpe. Sono uscita in pantofole, ho guidato in pantofole – le pantofole orrende che mi ha regalato Alberto, quelle con le orecchie di Topolino. Mi presento al pronto soccorso con le pantofole di Topolino. Be’, ormai c’è poco da fare, sono già entrata. Ciao, Luciano, ciao Ignazio. Gli infermieri mi guardano strano ma io tiro dritta, sento che questa cosa inspiegabile posso cercare di spiegarla una volta sola, a Crocetti, quando mi ricucirà. Eccolo, in piedi davanti alla porta dell’ambulatorio: non sta facendo niente, nessuna emergenza, chiacchiera con l’infermiera bella, come si chiama, Sofia…

Giovanna – dice, quando mi vede.

Mario – faccio. – Mi devi ricucire.

Sofia getta un’occhiata sbieca al fazzoletto e smamma. Entriamo nell’ambulatorio e c’è odore di mangiare, tipo pasta al forno, a quest’ora del mattino. Crocetti ha un’aria allarmata, forse per via della mia, di aria, del sangue che inzuppa il fazzoletto, del fatto che sono in pantofole.

– Fa’ vedere – mi dice, e si mette a disfare l’involto fradicio di sangue. – Ma che hai fatto?

E io, qui, mi vergogno. Già. Ora che è un altro a esaminare la ferita, ora che la responsabilità non è più mia, posso guardare il dito con l’attenzione che prima non riuscivo a metterci – ed è proprio quella cicatrice che si è riaperta. Nessun dubbio: è proprio quel taglio, netto, profondo – secondo dito, lato dorsale, livello intermedio, cioè preciso sulla nocca. Solo che all’improvviso me ne vergogno: sì, all’improvviso mi vergogno di dirgli che mi si è riaperta una cicatrice di quindici anni fa, all’improvviso non ho più nemmeno quell’unico colpo che credevo di avere per dire, per spiegare – e poi spiegare cosa? Dopo quindici anni una cicatrice non può riaprirsi.

Mi sono tagliata affettando il pane – dico. Come dissi quindici anni fa alla mamma, per telefono, dopo che mi ebbero ricucito. Solo che allora era vero.

Guarda qua – dice Crocetti, muovendo il dito con delicatezza. – Si vede l’osso. Ma come hai fatto?

La paura è passata, comunque. Guardiamo anche l’aspetto positivo: non sto più per svenire, non morirò dissanguata, e la paura è passata. Crocetti è rassicurante, dopotutto: la pelata, gli occhialetti sul naso, l’aria noiosa da modellista, fa questo lavoro da, chissà, magari proprio quindici anni.

Come ho fatto?

– Ho usato il coltello sbagliato – spiego –, quello da prosciutto. Il pane era duro, la lama è scattata sulla crosta e zac… – Come spiegai alla mamma quindici anni fa. Solo che allora era vero, e avevo sedici anni, e ora ne ho trentuno, e non ho fatto proprio niente, e la cicatrice s’è riaperta da sola mentre dormivo – ma io non riesco a dirlo, perché non può essersi riaperta da sola mentre dormivo. Crocetti scuote il capo.

– Giovanna, Giovanna… – fa. Chissà che intende. Che sono un’imbranata? Che sono immatura? Un’incosciente? Certo, per lui tutti devono sembrare incoscienti, moscio com’è. Ma è proprio per questo che è rassicurante, perché è moscio. Quello che mi ricucì quindici anni fa, invece, somigliava a Lando Buzzanca. Lo ricordo benissimo.

– Io se vuoi ti ricucio – dice –, ma c’è la possibilità che tu abbia leso il tendine e in questo caso…  No. Lo temeva anche Lando Buzzanca, quindici anni fa, in quella minuscola infermeria di – cos’era, Val Senales? Erano le finali dei campionati zonali: sì, era Val Senales. Ma poi si scoprì che il tendine non era leso.

– … un piccolo intervento di ricostruzione. Se no poi rischi che il dito non si pieghi più.

No. Questo rischio l’ho già corso quindici anni fa, e mi è andata bene.

– No – dico –, ricucimi. Il tendine è a posto.

D’accordo che non può capitare, ma se capita, come pare che sia capitato a me, se una cicatrice si riapre dopo quindici anni, nel sonno, così, di punto in bianco, assurdamente, non può ledere un tendine che non era stato leso al tempo dell’incidente. O no?

– Come vuoi…

Cazzo. La logica non la possiamo buttare nel cesso. Se è quella la cicatrice, allora è quella anche la ferita: e quella ferita non ha leso il tendine. Punto.

Più o meno ciò che dicevo l’altro giorno ad Alberto, mentre lo lasciavo – la citazione di Cartesio: va bene l’irrazionalità, va bene l’ignoto, va bene tutto, ma l’e­dera non può andare più in alto del muro che la so­stiene.

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